Nuovo appuntamento con la nostra rubrica

L'intervista a.....

Antonio Di Gennaro, il faro del centrocampo

Calcio
Bari martedì 07 ottobre 2008
di Christian Montanaro
© Danilo Calabrese

Lo guardi e non capisci perché con quella faccia non si sia candidato in politica. Bella presenza, garbo, classe, sostanza. E’ padrone della sua casa così come lo era del centrocampo. Ne divide le “chiavi” insieme alla cordiale e simpatica moglie, conosciuta e poi sposata a Bari, prima dell’arrivo della “truppa” e dell’incombere dei doveri famigliari.
Faccio in tempo, a proporgli un viaggio, e lui accetta. Ci sistemiamo fuori, in giardino, in una rara mattinata di sole nell’instabile cielo che domina in questi giorni Bari.
Luogo prescelto: il passato. Con una puntatina al presente. Lui non si tira indietro, disposto a commentare il tutto, come impone la sua nuova professione.

L' Intervista a...." ha fatto oggi scalo a casa Di Gennaro, dove tra dolci ricordi e concreto pragmatismo, ho avuto il piacere di rivolgere qualche domanda ad un significativo “pezzo di storia” del calcio italiano.
Il suo gergo tradisce da subito le “nobili origini”. Antonio, che in campo aveva movenze aristocratiche, sembra non aver smarrito l’antica eleganza anche fuori da esso, con una terminologia sempre ricercata e mai banale, lungi dal poter offendere chicchesia, in ossequio alla grande spiritualità interiore dalla quale sente in questo momento della sua vita di essere pervaso.

Lo scorso 5 ottobre ha compiuto 50 anni. Doverosamente gli porgo i miei auguri, come prima cosa, prima di fargli il consueto “terzo grado”, alla luce stavolta non di una lampada al cherosene, ma di autentici raggi solari.
Firenze, Verona, Bari. Esaminiamo insieme tutto, con molta franchezza e sincerità.
Lavora per Sky ora, come commentatore e voce tecnica fuori campo. Un ex calciatore che giudica i suoi colleghi. L’ultima del Bari, contro il Mantova, è toccata proprio a lui, tanto per citarne una. <<Io sono nato con loro. La collaborazione iniziò dopo la fine della parentesi con Fatih Terim al Milan. C'era ancora Stream, poi divenuta con l’unificazione con Tele+, Sky. Era ed è tuttora un’esperienza molto positiva. A maggio stavo andando alla Rai per commentare gli Europei. Sky, però, ha voluto rimanessi con loro, allungandomi addirittura il contratto e facendomi sentire così, al di là del mero risvolto economico, parte integrante della loro grande famiglia>>.

Nominando “l’Imperatore”, di cui è stato braccio destro prima alla Fiorentina e poi al Milan, mi fornisce, da quel gran suggeritore che era ed evidentemente è ancora, un assist impossibile da non tramutare in rete. Quella Coppa Italia che figura negli almanacchi tra i successi personali di Roberto Mancini, di chi era in realtà? <<Senza nulla togliere a Roberto, per trequarti direi che è nostra>> .

Quella di Firenze fu una esperienza esaltante, indipendentemente da come è poi finita. <<Si, pur non avendo una grandissima squadra e una società vicina, si era creato un gruppo solido, con squadra, pubblico e stampa che procedevano nella medesima direzione, fino a quel 26 febbraio 2001, quando ci dimettemmo in blocco, Fatih, io, Antognoni e Pazzagli>>.

La storia è nota e non ci sembra il caso di riprenderla. Sulla panchina viola si accomodò Chiarugi per una-due domeniche e poi Roberto Mancini. Con "l’Imperatore" l’esperienza poi proseguì nel Milan di Berlusconi. <<Terim lì forse non aveva capito che il mondo Milan era diverso da quello trovato a Firenze. Doveva gestire diversamente alcune componenti, come quella delle pubbliche relazioni per esempio. Rimane comunque un grande allenatore, come ha dimostrato questa estate agli Europei con la nazionale turca, che, anche quando non era allenata da lui, usufruiva comunque del blocco e della mentalità vincente da lui impartita ai tanti giocatori militanti nel Galatasaray. Indipendentemente da come finì, l'esperienza di Milano mi ha lasciato comunque molto e ho un bel ricordo della grande organizzazione e dell'accuratezza societaria nella gestione del gruppo e dell'ambiente.>>.

Da collaboratore di Terim, avevi avuto, tornando a Firenze, la possibilità di riprendere il discorso che avevi intrapreso da calciatore all’inizio della carriera, quando però eri chiuso da un mostro sacro come Giancarlo Antognoni.
<<Questo è un discorso che gradisco puntualizzare. Io e Giancarlo abbiamo avuto per un campionato l'occasione di giocare insieme e resto dell'idea che potessimo convivere tranquillamente. Gli allenatori che poi son venuti hanno creato questo dualismo. Io volevo giocare e si è posta la necessità d'andar via. Si vede che il mio destino era quello di giocare lontano dalla mia città>>.

Per trovare spazio, dopo la breve parentesi di Perugia, tappa a Verona, la tua consacrazione, dove fosti valorizzato da un certo Osvaldo Bagnoli. Che allenatore era?
<<Rivedo Bagnoli in taluni atteggiamenti di Ballardini. Lui fondava il gruppo, dando una precisa impronta e mentalità alla squadra, sia in casa che fuori, schierando i giocatori nel ruolo esatto, senza dualismi, parlando in faccia a tutti già a partire dal primo giorno. Amava il gruppo che si era creato a Verona e aveva capito che non l’avremmo tradito nemmeno nei momenti difficili.>>.

Quel Verona vinse nell’84’-85’ lo scudetto. Tante individualità – Elkjaer, Fanna, Marangon, Tricella, Briegel, Galderisi, ma uno zoccolo duro dietro.
<<E' vero, e questo era l’importante. Tutti ricordano l’anno dello scudetto, ma noi la stagione prima vincemmo il torneo cadetto, disputando un calcio anche migliore e addirittura con una sola punta, Domenico Penzo. Non contava eccessivamente l'aspetto tattico. Quel Verona era una squadra perfettamente sincronizzata, nella quale ognuno sapeva esattamente qual era il compito da interpretare. C’era il giusto atteggiamento in campo, e infatti l’anno seguente, con le individualità acquisite, decolammo>>.

A Verona ereditasti la fascia di capitano da Tricella, ma poi dovesti andar via. E’ stato doloroso per te, che lì eri una sorta di re?
<<Io avevo ancora due anni di contratto. C’erano problemi finanziari, la società voleva sfoltire gli ingaggi più onerosi per rientrare economicamente. Un controsenso a mio parere, visto che l'anno seguente furono acquistati Troglio e Caniggia, che forse avevano ingaggi anche superiori>>.

Perchè proprio Bari? <<Perchè era una piazza ambita. Già quando militavo nel Verona ricordo che andare a giocare al "Della Vittoria", col fiato della gente sul collo, rappresentava un'insidia. Si trasferirono anche Monelli e Scarafoni peraltro. Io avevo trent'anni, scendere in B non era il massimo, ma il mio procuratore Moreno Roggi mi spiegò che c'era un progetto importante, quello di centrare la Uefa in tre anni, come poi mi confermò la società, e accettai.>>.

Come fu l'esperienza barese? <<Il primo anno vincemmo alla grande il torneo, andando meritatamente in A. Il secondo fui bloccato da una tendinite mostruosa. Qualcuno mi accusò di essere venuto qua a svernare, ma io giocavo con infiltrazioni continue e provavo molto dolore. Lo dico senza enfasi negativa, oggi capisco il perchè di certe critiche, vedendo le cose dal di fuori. Avevo un altro anno di contratto ed ero fermamente deciso a dimostrare il mio valore, anche se a 32 anni forse la società riteneva concluso il mio mandato. C'era il povero Enrico Cucchi che era divenuto titolare. Andai da Salvemini e gli dissi"mister, non dica niente, faccia conto che io sia un ragazzino di 18 anni", mentre invece ne avevo 32. Mi diedi da fare, insomma. Credo che anche i tifosi alla fine siano stati orgogliosi di me, così come lo fui io>>.

Prima di Bari, però, la gioia più grande per un atleta. La convocazione in azzurro a Losanna e poi i mondiali dell’86 in Messico.
<<Era il top per un giocatore arrivare là. Nel mio ruolo poi, nel dopo Dossena, anche se forse fui favorito dal fatto che i tanti numeri 10 del campionato italiano in quegli anni erano per lo più stranieri. Fu una spedizione infelice purtroppo, per vari motivi. Il gruppo dei vecchi non si cimentò al meglio con quello dei nuovi e forse anche a livello tecnico la squadra non era più quella dell’82. Arrivammo anche scarichi fisicamente, perché eravamo peraltro ad un’altura differente. Partimmo discretamente, ma poi calammo gradualmente e fummo eliminati dalla Francia.>>.

Torniamo alla tua avventura in biancorosso. Che ricordo hai di Pietro Maiellaro, nostro precedente intervistato? <<Pietro era un autentico talento. Rimanevo stupefatto di come uno come lui a ventisei anni non fosse ancora arrivato in serie A e mi domandavo il perchè. Ricordo l'apoteosi dopo il Bari-Juve terminato 2-0 per noi, e vinto quasi completamente da lui. Negli spogliatoi io lo esortai, mentre tutti gli rivolgevano complimenti, a farne venti di gare così, per spronarlo ancor più, perchè ne aveva i mezzi. Ma in quel Bari c’erano tanti giocatori fuori dal comune. Penso anche a Carrera per esempio. Inizialmente temeva il passaggio dalla difesa a zona di Catuzzi, con cui era cresciuto, a quella a uomo di Salvemini. Invece poi ha giocato fino a 42 anni, e a grandi livelli. C'era Joao Paolo ovviamente. Credo che quel Bari, se avesse avuto uno Skuhravy in avanti e un terzino alla Branco, spostando Carrera al centro, sarebbe andato in Uefa al posto del Genoa>>.

Cosa mancò a quella squadra? << Forse qualche punto fuori casa. Ecco, magari, la nostra mentalità in trasferta non era esattamente uguale a quella che avevamo in casa e abbiamo perso qualche punto importante strada facendo, ma abbiamo fatto comunque dei campionati splendidi, ed eravamo un bel gruppo. Ricordo con particolare piacere anche il gruppo dei "barivecchiani". Giovanni Loseto e Giorgio De Trizio, per esempio, con me furono squisiti sin dal mio arrivo, oltre a Salvemini stesso, un vero padre alle volte>>.

Il tuo giudizio sulla società in passato è stato piuttosto critico. Com'è oggi?
<<Devo essere sincero: c'ero rimasto un pò male perchè pensavo di rimanere e non è stato così. Oggi che ho una spiritualità diversa, dico che forse ho commesso anch'io degli errori, criticando troppo duramente, anche perchè il Presidente con me è stato sempre cordiale e vedeva in me il capitano che doveva aiutare la squadra. Probabilmente ne ho fatto una questione personale, spinto da un pizzico di risentimento. Oggi probabilmente agirei diversamente. Non c’è stata comunicabilità, ecco>>.

Indipendentemente dai risultati, come vedi questo Bari di Antonio Conte? <<Lo vedo bene. Tranne che a Brescia, l'ho seguito sempre finora in casa. Ha acquisito la mentalità del mister e ha ridato entusiasmo all'ambiente, puntando su giovani interessanti in prospettiva.>>.

Vista la posizione in classifica, è' davvero sotto le 7-8 note, come dice il mister? <<Conte ha fatto bene a dire quelle cose. E' giusto che sia così. Tenendo presente che le compagini più titolate hanno tutto il tempo per riprendersi e che da qui a gennaio bisognerà vedere come starà in classifica il Bari, secondo me allo stato attuale ha tutte le credenziali per arrivare ai playoff>>.

Diamo un giudizio sui singoli. So che hai un debole per Andrea Masiello, che ad alcuni ricorda il primo Franco Baresi. <<E' un giocatore di categoria superiore, e lo si vede dall'autorevolezza con cui gioca, nonostante la giovane età. E' meno veloce di Franco, ma dispone di un tempismo notevole e legge bene le situazioni in campo, da buon regista arretrato. Anche Esposito sta andando molto bene, come tutta la difesa del resto>>.

Barreto e Gillet? <<L'attaccante brasiliano può essere per certi versi il Joao Paolo di questo Bari. Quanto a Gillet ha fatto un pò come Buffon, sposando la causa Bari in serie B, nonostante l'interesse di squadre di serie A. Si è anche sposato come me con una donna del posto, e questo cementa ancor più la sua unione con la città e con il popolo biancorosso>>.

Kamata è più letale negli ultimi 15, come accadeva prima, o dall'inizio come sta giocando ultimamente? <<Anch'io ero convinto fosse il classico giocatore da far entrare a partita in corso e a difese stanche, e invece nelle ultime partite ha dimostrato di poter correre e impensierire le difese avversarie per tutti i 90'. Una bella sorpresa senza dubbio>>.

A gennaio interverresti sul mercato, per regalare a Conte la classica ciliegina sulla torta? <<Bisognerà dare un'occhiata alla classifica del momento e al bilancio, ma credo che la società nel caso sia propensa per intervenire. Il Bari sopperisce col gioco sulle fasce, con una bella organizzazione di gioco e con il carattere, ma la legge dei numeri effettivamente dimostra che una punta centrale da doppia cifra fa vincere i campionati, e nella rosa attuale del Bari non c'è. Ovviamente però quest'ultimo dovrà esser motivato a far bene, altrimenti tanto varrebbe rimanere con quelli che ci sono>>.

Manca solo questo al Bari? <<Forse delle strutture. Il campo è importante la domenica, ma un centro sportivo servirebbe a mio parere per completare a 360° il discorso calcio, come c’è al Milan, dove ho avuto modo di appurare di persona i benefici di una tale struttura.>> .

Da ex regista che consiglio ti senti di dare a Mariano Martin Donda, talento non completamente sbocciato? <<Lui deve solo cercare di limare il proprio carattere, evitando atteggiamenti impulsivi, che sono solo deleteri per lui e la squadra. Quanto al talento a centrocampo è l'unico con certe caratteristiche di verticalizzazione e di lancio. L'anno scorso forse ha pagato anche il fatto di venire da un campionato dove i criteri di allenamento sono molto differenti dai nostri>>.

Due ultime domande. Una per il commentatore e una per il calciatore. Quella per il commentatore è la seguente: come giudichi le performance di Josè Mourinho? <<Anche se alcune dichiarazioni sembrano e forse sono talvolta fuori luogo, io credo lui faccia così per proteggere l'ambiente. In questo lui e Terim un pò si assomigliano. Secondo me comunque è un grandissimo allenatore e un ottimo comunicatore, che sa trasmettere la sua immagine vincente e la sua carica agonistica al gruppo, dicendo le cose chiare sin dall'inizio. Non è casuale del resto che i suoi giocatori lo amino tutti. Anche chi non gioca.>>

Quella finale per il calciatore. Nel calcio moderno c'è stato il declino del nobile ruolo del regista. Vedi un nuovo Antonio Di Gennaro in giro da qualche parte? <<Al momento direi di no. - risponde sorridendo - Quelli che ci sono fanno uno il trequartista nella Reggina e l'altro la punta nel Gallipoli. Spero nei miei figli che giocano, ma che non voglio forzare a seguire le mie orme, se non vorranno intraprendere questa carriera. Scherzi a parte il ruolo si è un pò modificato, è vero, ma ci sono ancora dei registi in giro. Penso a Fabio Liverani per esempio, o allo stesso Pirlo. Non sono molti insomma, ma qualcuno per fortuna ancora c'è.>>

 

Nei precedenti appuntamenti : 1) intervista a Salvatore Guastella

                                                        2) intervista a Pietro Maiellaro



Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti
  • bicino ha scritto il 08 ottobre 2008 alle 16:31 :

    Di Gennaro è davvero un gran signore....mi piaceva da morire quando giocava a centrocampo con Maiellaro...che nostalgia!!!!poi è ormai barese a tutti gli effetti.....e sarebbe davvero un gran rappresentante dell'AS BARI....se in via Torrebbella avessero un po di sale...... Rispondi a bicino

  • twister ha scritto il 08 ottobre 2008 alle 13:21 :

    Ma che bel giocatore davvero che era Rispondi a twister