Sui passi perduti della Storia - XXVII puntata - L'archeologia in un panificio

Un prezioso colonnato all'interno di una storica panetteria di Bari vecchia

Cultura
Bari domenica 17 febbraio 2008
di Chiara Divella
© barilive.it

Strada Palazzo di città è quella via che dalla Basilica di San Nicola porta a piazza Mercantile e che per secoli si chiamò via Fragigena. Era la più larga e la più importante della città antica.
In passato era nota come “la strate de li mercande” o “delle vecchie carceri”, dalle prigioni che vi si aprivano sotto le case e che vennero trasferite nel Castello Svevo col disarmo dei bastioni, decretato dal re Ferdinando II nel 1832.
La strada prese l’attuale denominazione al tempo della dominazione francese, nella seconda metà del XVIII secolo, quando vi si trasferì il governo municipale. Percorrendola a partire da San Nicola, il Palazzo di Città si trovava all’inizio della strada sulla sinistra, al n. 54, nell’attuale palazzo Tanzi. La sede del vecchio municipio venne, purtroppo, demolita per fare luogo alla biblioteca provinciale De Gemmis.


In questa via si concentrano alcuni dei palazzi più antichi di Bari, con portali d’accesso che seguono lo schema cinquecentesco: l’appena citato palazzo Tanzi e palazzo Zizzi, di Onorato Zizzi, medico della duchessa Bona Sforza. Il suo portale rinascimentale, aperto nel prospetto di una casa-torre medievale, è decorato da tondi con le immagini di Iapige e Barione (mitici fondatori della città). L’iscrizione “Post tenebras spero lucem” sembra alludere a qualche sfortunato evento che vide protagonista il proprietario del palazzo.

Ma la sorpresa maggiore di questa via la riserva il palazzo al numero 38, ossia quello che ospita l’antico e rinomato Panificio Fiore. Già l’esterno affascina, nonostante le chiazze nere dovute allo smog, alla sporcizia e alla poca cura della facciata. Guardando con attenzione si nota la decorazione a tre stemmi, dai quali spiccano tralci fioriti che racchiudono, nel mezzo, una formella con una testa di cherubino in basso. Sotto di essa passa un festone, nel cui centro si intravede una scena difficilmente decifrabile, forse un giovane clipeato che esce dal mare.
Una volta entrati nel panificio, se si volge lo sguardo a destra (evitando di andare dritti verso il bancone dell’ottima focaccia), si resta attoniti davanti a quattro archi impostati su colonne con capitelli medievali, che ricordano quelle della cripta dell’oratorio della chiesa di San Benedetto. Il colpo d’occhio è notevole nel notare che i fusti delle colonne sono interrati per circa 2/3, ulteriore prova di quanto la quota della città vecchia sia stata rialzata col tempo.

Si può dedurre che questo fosse uno dei colonnati di divisione di una chiesa non meglio identificata, quasi sicuramente di età bizantina, della quale questo ambiente sarebbe stato una delle navate minori, forse quella di sinistra. Tra le colonne spiccano una serie di anfore, che vennero ritrovate verso la fine degli anni ’70 . Il gestore del panificio, il signor Fiorantonio,  ci mostra con cortesia, disponibilità e una certa fierezza, diversi articoli di giornale sulla storia del panificio e ci racconta che la Sovrintendenza è molto attenta a questo luogo e ogni sei mesi attua dei controlli che accertino lo stato delle emergenze archeologiche.

Un bell’esempio di come la cittadinanza barese dovrebbe essere la prima a custodire e a mettere in risalto il nostro eccezionale patrimonio archeologico, fatto non solo di grandi edifici che parlano da soli, ma soprattutto di vicoli, palazzi, corti, case, forni,che raccontano la vita di tutti i giorni, in una continuità materiale e simbolica tra passato e presente.

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