“A me, i controlli previsti al rientro dalla Bosnia, non sono stati mai fatti”.

Uranio impoverito: una storia

Carlo Calcagno è una delle tante vite cambiate dalla missioe in Bosnia del 1996

Cronaca
Bari domenica 28 ottobre 2007
di Gianni Avvantaggiato
© G.Avvantaggiato

Capitano elicotterista dell’aviazione leggera dell’esercito, Carlo Calcagno arriva in Bosnia nel gennaio del ’96, “Le vaccinazioni me le hanno fatte una settimana prima di partire”, dice Calcagno all’epoca tenente. Vi giunge subito dopo i bombardamenti americani con il munizionamento all’uranio impoverito. E rimane per tutta la durata della sua missione, fino a luglio dello stesso anno.
E’ inquadrato nella Brigata multinazionale “Sarajevo nord”, alloggiato nell’ex ospedale della capitale, ormai ridotto ad un ammasso di macerie dai bombardamenti. “Mancavano le pareti. Noi abbiamo sistemato teloni e assi di legno per farci un riparo. E ti mettevi nel sacco a pelo vestito. La notte si stava anche a 20° sotto zero”.
A fianco dell’ospedale c’erano dei capannoni che i commilitoni chiamavano “la Volkswagen“, tutt’altro che una fabbrica di automobili: era, invece, una delle più grandi polveriere dell’ex Jugoslavia, protetta dalle montagne circostanti, in una posizione strategica. Evidentemente uno dei bersagli più colpiti dagli americani.

Prende servizio al reparto con il compito di pianificare le operazioni: dalle ricognizioni, all’acquisizione di un obiettivo, al recupero dei feriti. Il supporto aereo è a carico dei francesi, perché il nostro contingente non ha inviato elicotteri sul posto. In volo, però, Calcagno è seduto dietro, a cassone come si dice in gergo. “E proprio per questo che spesso mi sono trovato a dover aiutare, a mani nude, i feriti. Il più delle volte erano civili, gente saltata sulle mine, che è stata presa e messa di peso sull’elicottero, mentre ci sparavano addosso. Sono stato a contatto con sangue, urine e feci dei feriti, ma l’ho fatto volentieri, altrimenti non avrei scelto questa vita”.
Carlo Calcagno porta a termine la sua missione in Bosnia e quindi rientra in Italia. “A me, i controlli previsti al rientro dalla Bosnia, non sono stati mai fatti”. Contrariamente a quanto previsto dal regolamento, il servizio sanitario militare non effettua nessun accertamento sui soldati rientrati dalle missioni all’estero. Passano alcuni mesi e da Salerno l’ufficiale pilota è richiesto a Viterbo come istruttore di volo. Lì si sposa e prende casa. È uno sportivo. Ama la bicicletta. È uno che va forte. Vince tantissimi trofei, anche un mondiale in Austria con la squadra. Un atleta serio che allo sport sacrifica molto anche della sua vita privata. “Qualche settimana prima di partire per la Bosnia ho fatto delle analisi alla medicina dello sport: negativo”.

Scoprire di essere malato gravemente, senza sospettare nulla, gli stravolge la vita per sempre. Le cure sono costosissime, anche trecento euro a dose. In convalescenza lo stipendio è ridotto perché perdi tutte le indennità. Dopo un anno te lo riducono al 50 percento. Dopo 18 mesi non ti danno più niente. “Dopo due anni ti riformano. Vai a casa. E se non hai ottenuto la causa di servizio, arrivederci e grazie”.


A proposito della sua missione nei Balcani, Carlo Calcagno racconta: “Dal 29 marzo al 27 giugno del ’96 ho svolto un totale di 50 ore di volo effettivo in zone di guerra. Se consideriamo che in Italia un pilota in media riesce a farne 60 in un anno, sono tante. La cosa che mi ha fatto rabbrividire”, aggiunge, “è quando Leggiero – responsabile dell’Osservatorio Militare - mi ha detto ma lo sai che di quei piloti francesi della Brigata Salamandra, che sono stati con te in Bosnia, il 65% si sono ammalati?”. Di solito un reparto di elicotteri è composto da una dozzina di piloti, che può arrivare a quindici. Il 65% equivale a dieci persone su quindici. “Però - dice - a loro è stata riconosciuta la causa di servizio e sono stati risarciti con l’equivalente di cinque miliardi di vecchie lire ciascuno. Resta che sono malati”, accentua. “Probabilmente, noi piloti eravamo sicuramente quelli che giravano più di tutti e il fatto stesso che l’elicottero durante il decollo e l’atterraggio alza un polverone, sicuramente anche questo ha influito”.
La bioingegnere Antonietta Gatti, coordinatore della Comunità Europea degli studi sulle nano-patologie, rende evidente la presenza di un’elevata quantità di particelle uniformi, della misura di un manometro cioè un milionesimo di millimetro, di materiale estraneo al corpo umano e non bio-compatibile, presente nei tessuti fatti analizzare. Per esempio, nano-particelle di metalli pesanti come ferro, mercurio, cadmio, stronzio e zinco e altri, normalmente non si trovano nell’ambiente. “La presenza di queste particelle in certe aree del corpo umano e la forma sferica delle stesse – afferma la dottoressa Gatti -, lascia desumere che si tratta di ingestione o di inalazione, che deriva dall’esposizione dei militari a zone bombardate”.
Ora, il capitano Carlo Calcagno è assegnato alla Scuola di Cavalleria dell’Esercito a Lecce. Convalescente. È stato il primo al quale hanno riconosciuto la causa di servizio e lo status di vittima del dovere, ma lui continua a battersi per indurre i legislatori ad introdurre in finanziaria la parificazione delle vittime del dovere alle vittime del terrorismo e far rientrare nel ricorso tutti quanti i colleghi ammalati e i parenti delle vittime. “Mi sono chiesto – dice Calcagno - come hanno fatto a risarcire i familiari delle vittime di Nassirya nel giro di poche ore? Con l’indennizzo di 200mila euro e poi anche altro? Intanto subito hanno ricevuto d’ufficio questa cosiddetta speciale elargizione. Come hanno fatto? Sono andato a vedere e guarda caso è la stessa legge che è prevista per noi”. Il capitano Calcagno non si arrende. La sua pratica giunge sul tavolo del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito che ne prende atto e manda a Lecce rappresentanti del COCER, il consiglio centrale di rappresentanza dell’esercito, per un’audizione dell’ufficiale. È la prima volta che succede in Italia. All’incontro hanno partecipato anche rappresentanti e genitori di militari vittime della cosiddetta sindrome dei Balcani, “non siamo stati ufficialmente invitati ad essere ascoltati – lamenta Salvatore Antonaci, papà di Andrea, sergente maggiore dell’esercito deceduto il 12 dicembre 2000 - , ma ci siamo rivolti al Prefetto per essere ascoltati anche noi”. L’interessamento dello Stato Maggiore dell’Esercito avvia la pratica per il riconoscimento della causa di servizio che si conclude il 12 aprile scorso con la firma del decreto legge. La quale legge impone che questo provvedimento deve essere chiuso entro quattro mesi dall’emissione.
Ma la vertenza è tutt’altro che chiusa per i circa trecento soldati malati di tumore e per i famigliari dei trentasette che non sono sopravvissuti alla malattia. Infatti, agli aventi diritto riconosciuti, il risarcimento non è ancora arrivato e c’è chi lamenta ogni sorta di difficoltà al riconoscimento dello status di vittima del dovere. Altri, infine, secondo lo Stato Maggiore dell’Esercito, non rientrerebbero nelle condizioni di aventi diritto alla causa di servizio:
“ Prima ho avuto il rigetto della domanda della speciale elargizione ”, dice Guido il papà di Corrado Di Giacobbe, di Vico del Gargano (FG), caporalmaggiore degli Alpini, deceduto, “e poi della causa di servizio. Perché loro non accettano!“. La legge consente al signor Di Giacobbe di fare ricorso al Presidente della Repubblica. “Ho fatto ricorso anche al Capo dello Stato e la pratica è passata al Consiglio di Stato, dal Consiglio di Stato al Ministero, il Ministero ha risposto al Consiglio di Stato e poi non ho saputo più niente”.

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