I passi perduti della storia ci conducono oggi in una sinagoga

Bari ebraica

Antichissimo l'insediamento dei nostri Fratelli Maggiori in città. E le tracce sono ancora visibili

Attualità
Bari domenica 26 novembre 2006
di Chiara Divella
I resti di una tomba ebraica con incisa la menorah, il candelabro a sette bracci
I resti di una tomba ebraica con incisa la menorah, il candelabro a sette bracci © Chiara Divella

Come altre città della Puglia situate sul mare, anche Bari ospitò una colonia ebraica fino al 1541. Secondo un antico midrash (commento rabbinico alla Bibbia che si propone di metterne in luce gli insegnamenti giuridici e morali utilizzando diversi generi letterari, quali racconti, parabole, leggende…) riportato in una raccolta del IX secolo, fu Tito che portò a Bari alcuni giudei catturati nell’espugnazione di Gerusalemme del 70 a. C. A differenza di altri popoli, i baresi si mossero a compassione nel vedere queste persone nude e avvinte in catene di ferro e le soccorsero, ricoprendole con i loro abiti. Per ricompensarli di tal gesto, Dio raccolse da ogni contrada bellezza e grazia e le riversò sugli abitanti di Bari: da quel momento in Italia non ci fu gente più bella dei baresi, tanto che si diffuse il detto: “Chiunque entra in Bari, non ne esce senza aver prima desiderato di peccare”.

Nel 1922, mentre si scavavano le fondamenta per la costruzione del Villaggio Postelegrafonici, venne alla luce un sepolcreto, che anticamente doveva essere a cielo aperto e non ipogeo, descritto accuratamente nella relazione di Villani, assistente della Soprintendenza di Taranto. Delle tredici tombe scoperte, tutte orientate da est ad ovest e mancanti di corredo funerario (cosa normale nel giudaismo ortodosso), una conteneva due scheletri distesi, e nella nicchia dove erano collocati i teschi c’era un’incisione di colore rosso rappresentante il candelabro ebraico a sette bracci (menorah). Questa tomba, disfatta e ricomposta altrove, è stata rintracciata nel Castello di Bari. Nel terreno fu rinvenuta anche un’iscrizione latina di età imperiale che, non appartenendo alla necropoli giudaica, attesterebbe la presenza di un’area cimiteriale già in epoca romana.

Nel 1923, nelle vicinanze del sepolcreto scoperto l’anno precedente, fu rinvenuta una piccola catacomba, databile al secolo VIII-IX d. C. e molto simile a quelle di Venosa risalenti ai secoli VI e VII. Di tale scoperta l’Archivio della Soprintendenza di Taranto conserva solo i testi dei telegrammi con cui l’ingegnere Speranza chiedeva un sopralluogo. Fortunatamente, al momento della scoperta, Michele Gervasio scattò alcune fotografie che furono poi rintracciate a Gerusalemme, nell’archivio familiare di David Cassuto, nipote di un eminente ebraista, al quale erano state inviate dallo stesso Gervasio.
Grazie ad esse è possibile conoscere qualcosa su come fosse strutturato l’ipogeo, subito distrutto o interrato di nuovo: sembra che fosse a pianta quadrangolare, di 5-6 metri per lato e con la volta a botte; nella parete di fondo e nelle due laterali si aprivano due arcosoli. Assieme a questo ipogeo, che conteneva una ventina di tombe più altre il cui scavo non fu effettuato, furono trovate cinque epigrafi funerarie, scritte in ebraico. Chi assisté al ritrovamento assicurò che le lapidi erano state trovate proprio all’interno della catacomba, ma probabilmente vi erano scivolate dall’esterno. Infatti sembrano stele funerarie destinate ad un cimitero a cielo aperto, non ipogeo, per le seguenti caratteristiche: l’uso esclusivo della lingua ebraica, la forma, lo stile delle iscrizioni e i criteri paleografici. Le ipotesi sono due: esse appartenevano al sepolcreto a cielo aperto scavato nel 1922, oppure ad un altro situato nelle vicinanze. Del resto nella relazione inviata da Gervasio a Cassuto i due sepolcreti (quello del 1922 e quello del 1923) vengono confusi persino dallo studioso.
Le epigrafi, databili secondo alcuni al IX secolo e secondo altri ad un epoca successiva, sono dedicate a diversi personaggi, tra i quali uno stratego di nome Elia ben Mosè: l’iscrizione spicca tra le altre perché dall’epoca classica è la prima volta che un ebreo compare con questo titolo, che non sembra designare una carica religiosa o militare. Probabilmente lo stratego era un dirigente della comunità, riconosciuto dall’autorità bizantina, che aveva competenza civile e amministrativa, come avveniva nella Sicilia arabo – cristiana sotto i Normanni. Interessante anche la stele di Mosè ben Elia, sulla quale sono cantate le lodi non comuni di maestro e poeta attribuite a questo personaggio. Le epigrafi e il candelabro a sette bracci inciso all’interno della tomba ci danno la certezza che si tratti di una piccola necropoli ebraica.

A queste notizie forniteci dai ritrovamenti archeologici, si aggiungono le fonti letterarie dell’Alto Medioevo, tra cui la Cronaca di Ahimaaz (XI secolo) che racconta della dimora barese di Abu Aron, uomo di grande sapienza e dottrina, venuto in Puglia da Bagdad forse per collegare le comunità pugliesi con le scuole talmudiche babilonesi (il Talmud è uno dei testi sacri dell'Ebraismo). Quando il dotto babilonese giunse a Bari, che era stata conquistata dai musulmani (847 d. C.), fu accolto con grandi onori dall’emiro Sawdan che lo volle come suo consigliere. Dopo sei mesi di permanenza il maestro, preso dalla nostalgia per la sua patria, lasciò Bari.
Quando Bari ridivenne bizantina (876 d. C.) vi si rifugiarono alcuni ebrei scampati al sacco di Oria, che portarono in questa città alcune delle loro ricchezze salvate dal saccheggio. La comunità giudaica barese subì una persecuzione, violenta ma brevissima, al tempo di Romano Lacapeno (920-944), imperatore bizantino che mirava soprattutto alla distruzione dei libri giudaici. Le ultime notizie sulla colonia ebraica a Bari risalgono al 1541, anno in cui il vicerè don Pedro da Toledo ordinò il loro definitivo allontanamento dalla Puglia e da tutto il regno di Napoli.
Ancora al tempo della seconda guerra mondiale, nella zona Bari – Carbonara è attestata la presenza di 650 profughi ebrei, che rimasero solo in 99 alla fine del 1949; poi la comunità israelitica si dissolse e di essa restò solo il cimitero affidato al signor Alberto Levi.
Ma questa è un’altra storia…

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