Scomparso da sei anni, è ancora molto popolare e amato

Una Via per Franco Sorrentino

Il Comune gli dedica un pezzettino della città: ma forse lui avrebbe meritato ben altro

Attualità
Bari sabato 23 giugno 2007
di Fortunata Dell'Orzo
Franco Sorrentino, quand'era Presidente della Provincia di Bari
Franco Sorrentino, quand'era Presidente della Provincia di Bari © n.c.

Fosse dipeso da me, gli avrei intitolato via Sparano. E non solo perchè ci ha abitato da sempre (a quel che so io, off course) ma perchè se c'era un barese che poteva incarnare lo spirito di quella strada, era lui. Via Sparano non è mai stata solo vetrine e luminarie. Lui lo sapeva bene: amava Bari come pochi baresi sanno davvero fare al di là del folclore e delle cozze ngann a mare. Ed era un liberale vero, figlio di quella piccola borghesia intelligente che mandava i figli a studiare a Roma o a Napoli, in attesa che ci si attrezzasse anche qui, alla periferia dell'Impero.

Era un polemista, vivaddio. E di quanto ne avremmo bisogno oggi di gente come lui che, letteralmente, non guardava in faccia a nessuno e diceva sempre la sua opinione e, soprattutto, avanzava una sua proposta: perchè a sfasciare siamo tutti bravi ma a costruire...


Era un giornalista che aveva viaggiato molto, letto moltissimo e scritto ancora di più. Un giornalista nato all'epoca della carta stampata sotto sorveglianza del regime fascista cui, al contrario di tanti altri, non aveva mai aderito e che, insieme al fratello Antonio, scomparso qualche anno prima di lui lascinadolo profondamente solo, aveva combattuto con decisione e discrezione, ma anche con passione e veemenza.


Era fra coloro che furono falciati dai fucili fratricidi del 28 luglio del 1943, quando morì, fra gli altri, Graziano Fiore che era di cultura socialista ma che camminava accanto a lui, in quelle prove tecniche di governo democratico che furono le tante manifestazioni contro il fascismo mentre ancora il fascismo c'era.
Fu fra i primi ad intuire le straordinarie potenzialità delle Tv libere e, pochissimi anni dopo l’esordio via cavo di Telebari (18 aprile del 1973), era alla redazione di radio Puglia e poi Telepuglia, senza risparmiarsi e litigando regolarmente con i suoi editori, incapaci di capire che un cavallo di razza come lui va tenuto a briglia lasca e non con il morso tirato.

Era troppo intelligente per la razza padrona di questo scorcio di mondo, dove nessuno fa il mestiere che sa fare per cui abbiamo infermieri che fanno i direttori di giornali e costruttori che fanno i palinsesti delle tv locali o ancora peggio mestatori figli o generi di qualche ex vecchio trombone della Dc (magari defunto da secoli) che giocano a fare i tycoon della tv “locale” (tanto che ci vuole a infarcire il palinsesto di televendite) senza alcuna speranza, mai, di fare il salto di qualità.
L’unico che riuscì a tenerlo a lungo con sé è stato Mario Gismondi: gli aveva affidato una rubrica di poco meno di 30 minuti (due moduli da dodici) che andava in onda tre volte la settimana e che Franco Sorrentino tenne per anni su RTG, la tv del rigor mortis. Deve a Sorrentino tutta a quasi la popolarità di cui godette l’emittente: dopo la sua scomparsa, infatti, è tornato il silenzio su quelle frequenze.


Il Comune di Bari gli ha fatto due torti, secondo me: quello di non averlo mai eletto sindaco (fu un Presidente della Provincia impagabile anche se la cosa gli andava stretta: lui voleva la fascia tricolore) e poi di non averne mai fatto il proprio difensore civico (a proposito, Consiglio Comunale: quando lo eleggiamo?).
Oggi gli dedicano uno “stezzo” di strada dalle parti di via Omodeo. E forse un senso c’è in quanto a due passi di qui, sull’unico grattacielo del tempo (metà anni 70) quasi di fronte a Telebari, c’era l’antenna di Telepuglia, in cui Sorrentino faceva, al solito in modo egregio, il suo mestiere: quello di raccontare un pezzo di verità nel rispetto delle verità altrui.


Senza mai dire parolacce, senza mai insultare nessuno, senza mai travalicare il suo ruolo di cronista. Questa è una città immemore: ma di Franco non sarà facile che si dimentichi.

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