Il fatto

"Moussa, questo il suo nome": associazioni denunciano limiti del Welfare barese

Una lettera-denuncia pubblica dopo la morte di un rifugiato politico, costretto alla vita di strada a Bari e privo di una rete di aiuto

Attualità
Bari mercoledì 05 maggio 2021
di La Redazione
Associazioni e movimenti critiche nei confronti del Welfare barese
Associazioni e movimenti critiche nei confronti del Welfare barese © Solidaria

«Moussa, questo il suo nome. Moussa è morto di stenti, in uno stato avanzato di denutrizione, dimenticato nei meandri di un sistema completamente burocratizzato che violenta i diritti di tutte e tutti, relegandoli ad un assistenzialismo che priva gli uomini e le donne della propria valenza politica. Moussa è morto perché privo di un’accoglienza degna di questo nome, senza che coloro i quali, per mandato istituzionale, provassero ad ascoltare i suoi effettivi bisogni e la sua condizione di vulnerabilità».

E' quello che scrivono in una lettera pubblica associazione Moscati-Bari, Sportello socio-sanitario autogestito, Gruppo Lavoro Ri-fugiati, Parrocchia San Sabino, ass. Ex Socrate, Sportello Noborders - FuoriMercato, Comunità di Villa Roth-casa autogestita Bari, Solidaria Bari. 

Il riferimento è alla morte di un rifugiato politico, costretto alla vita di strada, a Bari, privo di una rete di aiuto.

«Nella cosiddetta “società della cura” - scrivono le associazioni - , la verità è altra ed in questa città sono tante e tanti i Moussa sparsi agli angoli delle strade, costretti ad elemosinare delle risposte ai bisogni essenziali, privati del proprio corpo politico e sociale, fino a quando giunge lo sfinimento e si cronicizza il disagio. Le reti solidali, il volontariato, il privato sociale prova a compensare le assenze e le mancanze di un complessivo sistema dei servizi sociali e sanitari che non è in grado di rispondere alla grave emergenza sociale di questo territorio. Non lo è perché gli strumenti sono inadeguati, inefficaci, perché manca una visione di insieme, perché gli interventi sono standardizzati e stretti in un meccanismo burocratico che ha perso di vista l’obiettivo principale. Ci colpiscono alcune dichiarazioni successive. C’è un momento anche per il silenzio come atto politico. Per rispetto a Moussa, ai suoi amici, a coloro che erano con lui fino alla fine. Per non continuare ad agire violenza su una morte che reclama giustizia. La morte di Moussa e la sofferenza delle tante e tanti che sfuggono alle cronache, testimoniano e denunciano l’esistente, l'assenza di una visione politica, la mancanza di politiche sociali e di una politica di welfare. E pongono interrogativi ad un'intera amministrazione, reclamano risposte non più rinviabili. La grave situazione sanitaria dell’ultimo anno ha reso nudo il re, ha restituito impetuosamente l’immagine di una amministrazione che risponde ai bisogni sociali con una logica meramente emergenziale ed assistenziale, riducendo i diritti delle persone a necessità primari da meritar-si, che nega il diritto all’abitare e alla residenza, che spezza legami ed esperienze di comunità. La morte di Moussa rappresenta una ferita aperta che interroga e denuncia il sistema dei servizi e delle politiche sociali, la logica emergenziale e vetusta degli strumenti utilizzati, lo stesso modello di protezione sociale, la politica della bassa soglia, l’attenzione al pubblico decoro e alla sicurezza ma non alle persone che vivono in questo territorio e reclamano il diritto ad abitarlo. La morte di Moussa non è una fatalità, ma qualcosa che poteva essere evitato se ci fosse stata una risposta calibrata al bisogno che esprimeva, un intervento sociale costruito intorno alle specifiche esigenze e non invece una risposta standardizzata, inadeguata e quindi irricevibile. Serve un atto di assunzione di responsabilità politica, serve un investimento che non può essere delegato alla solidarietà e al volontariato, è urgente ridefinire priorità e strumenti, bisogna ridefinire la policy e rimettere al centro le persone, bisogna imparare a guardare l’emergenza sociale e la grave marginalità che abita questa città, bisogna riprendere a parlare di politiche attive e di welfare».
 

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