Bari durante la dominazione araba (840-870 circa)

Sui passi perduti della storia - XXII puntata - "La cape du turke”

La leggenda di una testa mozzata ancora vivente nel borgo antico

Cultura
Bari domenica 30 settembre 2007
di Chiara Divella
© Chiara Divella

Forse i più anziani della città ricorderanno la storia della “cape du turke”, una scultura di testa mozzata infissa in una casa di Strada Quercia n. 10, nei pressi della Piazzetta 62 marinai.

La leggenda narrava che l’emiro arabo Mufarrag voleva imporre la religione islamica ai baresi, che rifiutarono tale imposizione togliendogli, anzi, la fiducia. Questi, nell'intento di riconquistare il favore popolare, decise di misurarsi con un evento terribile che si verificava la notte del 5 Dicembre, quando si diceva che uscissero per strada "due" befane: una buona, che regalava doni e dolci; l'altra cattiva, chiamata "Pefanì", che era foriera di morte e tagliava la testa con la falce a chiunque incontrasse sul suo cammino.

Mufarrag, armatosi di corazza e scimitarra, alcuni giorni prima della fatidica notte, scese nei vicoli e nelle corti della città vecchia, avvertendo che avrebbe sfidato "Pefanì" e gridando ai baresi che erano una razza di fifoni. Giunta la notte del 5 Dicembre, Mufarrag scese in strada per affrontare la mortale "Pefanì", che in effetti incontrò all'improvviso e che, con un rapido colpo di falce, gli troncò di netto la testa.

La testa del turco rotolò per i vicoli e le corti della città vecchia, fino a conficcarsi nell'architrave di via Quercia. Così l’emiro “per non perdere la faccia ci rimise la testa”.
Poichè si riteneva che nella zona aleggiasse lo spirito inquieto del "Turco", gli abitanti, che ne avvertivano la presenza, decisero di abbattere la casa in cui si vedeva la testa e di costruirne un'altra. Ma dopo molti anni, quando sembrava che tutto fosse tornato alla normalità, una sera d'estate, una vecchietta uscita di casa per il gran caldo, scorse un ragazzo sdraiato su un carro e gli chiese perché fosse ancora in strada così tardi. Quando il ragazzo si girò, la vecchia riconobbe di nuovo il "Turco", che andò a rioccupare con la testa il suo posto di strada Quercia n. 10.

Questa leggenda, legata alla tradizione popolare e tramandata da secoli, contiene un pizzico di verità, dal momento che fa riferimento al periodo in cui Bari subì la dominazione araba, divenendo sede di un emirato dipendente da Baghdad (840-870 circa). Il primo califfo di Bari fu Khalfun, un capobanda berbero, che si trovava in Puglia perchè incaricato dal gastaldo barese Pandone di aiutare il longobardo Radelchi di Benevento.

La sede del gastaldo, probabilmente, era l’attuale “portico dei pellegrini”, posto sul lato sud della Basilica di San Nicola. Avendo sostato in un sito sotto le mura di Bari, in vicinanza del mare, Kalfun fu vinto dalla bellezza del luogo e preso dal desiderio di impadronirsene. Fu quello che accadde quando i suoi masnadieri vi penetrarono di notte, attraverso i cunicoli delle fogne, cogliendo nel sonno gli ignari abitanti baresi.

Dopo la morte di Khalfun (852), fatto fuori dalla sua stessa gente, gli successe il già citato Mufarrag, che fece erigere una moschea e allargò i confini del suo staterello. La storiografia locale ritiene che il Palazzo degli emiri e la moschea sorgessero nelle vicinanze della Cattedrale, ma non ci sono notizie certe a riguardo. Egli chiese l’investitura di “emiro di Bari”, ma venne ucciso prima che gli venisse concessa. Fu il terzo ed ultimo emiro, Sawdan (864), ad ottenere questa investitura ufficiale. Con lui la città venne abbellita con opere e palazzi e, durante il seppur difficile periodo della dominazione saracena, i baresi appresero dagli arabi tutto ciò che potesse tornare loro utile. Basti pensare alle tecniche per lo sviluppo dei traffici marittimi, all’uso di indumenti e stoffe orientali, all’assimilazione di tecniche edilizie e musicali, e all’introduzione di vocaboli della lingua araba, che persistono ancora oggi.

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