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L’amianto della Fibronit è dappertutto: “Bari ne è piena!”

Da Casale Monferrato a Bari si contano soltanto i morti, e il parco?

Attualità
Bari sabato 25 febbraio 2012
di Fabio Leli
L'area della Fibronit prima della bonifica
L'area della Fibronit prima della bonifica © Archivio

La sentenza Eternit di Torino, che ha condannato i vertici svizzeri e belgi della fabbrica d’amianto di Casale Monferrato a 16 anni di reclusione per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche, è un fondamentale punto di arrivo, ma è anche il punto di partenza per tantissimi baresi sopravvissuti alla Fibronit.

Si è tornato ieri a parlare di amianto, nel primo di una serie di incontri, al Circolo PD Japigia-Torre a Mare fra la base del Partito e la cittadinanza. In quest’occasione i relatori sono stati tre studiosi sensibili al problema della Fibronit aderenti all’Associazione Esposti Amianto: il dott. Antonio Tommasi, il dott. Gianluigi Cesari e l’avv. Nicola Colella.

Il primo esperto, il dott. Tommasi, ha spiegato le modalità con cui l’amianto entra nell’organismo e genera i due tumori direttamente collegati all’esposizione diretta e indiretta con l’amianto: l’asbestosi e il mesotelioma. Egli ha dichiarato che “gli effetti ed il picco massimo dei morti per amianto li vedremo fra il 2020 e il 2025 perché il mesotelioma è un tumore pleurico a lenta crescita” con la buona pace dei sensi di quei accademici prestati ai privati che hanno sempre dichiarato che il problema dell’amianto non è mai esistito. Nel 1992 il professore Gaetano Cecchetti, ordinario in pensione per il settore scientifico-disciplinare “Chimica dell’ambiente e dei beni culturali” presso l’Università di Urbino, è riuscito a stravolgere la realtà e a rivoluzionare il rapporto tra uso d’amianto e salute dichiarando che l’amianto non produce polvere.

Il dott. Cesari, invece, ha tracciato un percorso storico della Fibronit, dalla fondazione nel 1935, quando già in Europa esisteva la consapevolezza del pericolo dell’amianto, fino ai giorni nostri. Dalla Legge Fanfani, che avviò la costruzione di nuovi edifici abitativi attorno alla Fibronit, in Via Caldarola e in Via Lattanzio, costituendo quella che oggi viene chiamata la “zona rossa”, al periodo in cui i detriti di amianto venivano gettati in mare -espandendo la costa- prima nei pressi della spiaggia di “Pane e Pomodoro” e poi definitivamente verso “Torre Quetta”.

Infine, l’avv. Colella, curando il punto di vista giuridico, ha osservato, nel processo di industrializzazione del Mezzogiorno, il forte desiderio di riscatto delle popolazioni meridionali. Ma il costo in termini di vite umane è stato il giusto prezzo? Di fatto oggi, a Bari, l’amianto è dappertutto. L’avvocato ha dichiarato che “in Via Amendola (vicino la rotonda nei pressi della statale ndr) c’è sempre stato un magazzino Eternit utilizzato come deposito ma anche come luogo di scambio.”

A tutt’oggi sono numerosissimi i luoghi di Bari non esposti all’amianto ma che presentano componenti, tubature ed impianti che possono dar vita al mesotelioma. Tra questi l’avv. Colella ha citato la Bridgestone Firestone di Modugno, l’Enel di Viale Bruno Buozzi, la Rai a Ceglie, ma tanti altri sono i casi di persone che hanno contratto il mesotelioma in ambienti apparentemente "sani": per esempio c’è stato il caso di un barista che ha contratto la tale patologia dalla rottura di un componente della macchina del caffè costruito con l’amianto.

Adesso che è stato appurato l’inquinamento ambientale chi calcolerà il disastro ambientale?

Durante l’incontro i relatori non si sono risparmiati dall'accusare la medicina del lavoro di Bari: “Devono scegliere se essere istituzionali o accademici!”. La critica che essi rivolgono all’Università è quella di formare accademici che dopo aver conseguito la laurea, spendono la loro conoscenza per difendere gli stessi privati che possono inquinare e, come accaduto con la Fibronit, uccidere centinaia di persone.

Per quanto riguarda il sito su cui è sorta la Fibronit barese, oggi ci sono le premesse sufficienti per sostenere che fra tre o quattro anni possa sorgere quel grande parco verde per restituire ai parenti, ai figli e ai nipoti di coloro che sono morti a causa dell’amianto, la speranza che la storia non si ripeta più e che le vittime non rimarranno mai soltanto dei dati e dei numeri all'interno di un registro statistico.

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I commenti degli utenti
  • nickgabri48 ha scritto il 26 febbraio 2012 alle 10:33 :

    Visto l'argomento in questione si rivolge una domanda agli esperti della Medicina del Lavoro della Medica SUD. In merito alla polvere della soda Caustica e al contatto con la pelle, che provocava escoriazioni alle pelle, e all'interno del Corpo Umano crea per caso alteriazioni e, escoriazioni alle vie respiratorie. Rispondi a nickgabri48