- “Le cappucce”. I cavoli

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Un giorno una donna incinta con suo marito, passò davanti all’orto del convento, vide dei cavoli bellissimi e le venne “u ‘ngulisce” (il desiderio di mangiarne). Il marito andò dal padre guardiano a chiederne uno ma questi rifiutò, allora l’uomo decise di vendicarsi. La notte entrò con gli amici nell’orto travestito da frate, si mise a camminare con forti lamenti e con la “morte” in mano (la morte era una grossa zucca svuotata con i fori degli occhi, naso, bocca su un lato e una candela accesa dentro). Il padre guardiano lo udì e uscì dicendo: “dimmi che anima sei e cosa vuoi?” L’uomo rispose: “soche l’alme de frà Frangische, nan pozze trasì inde a cudde munne ce na me candate ‘n De Profonde” (sono l’anima di frate Francesco, non posso entrare nell’aldilà se non mi cantate un De Profundis). Il padre subito chiamò tutti i monaci e si riunirono nella cappella a pregare e cantare. L’uomo, intanto diceva ai suoi amici “pìcceue e grùosse tagghjate attuarne” (o piccoli o grossi tagliateli tutti). Così tagliarono tutti i cavoli, li caricarono “saupe o traìne” (sul traino) e partirono. Al mattino successivo, quando i frati videro tutto l’orto devastato capirono la beffa loro fatta!

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