L’ernia del disco necessita sempre di un intervento chirurgico? L’osteopatia può essere una soluzione?

L’osteopatia può sicuramente aiutare a gestire il dolore del mal di schiena soprattutto perché l’ernia molto spesso è un capro espiatorio

Bari - giovedì 24 marzo 2016
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L’osteopatia può sicuramente aiutare a gestire il dolore del mal di schiena soprattutto perché l’ernia molto spesso è un capro espiatorio: può essere una delle cause di mal di schiena ma non sempre è la causa. Tecnicamente, “ernia” in medicina si riferisce a qualsiasi cosa che protrude oltre una zona di confinamento, ma quando si parla di ernia del disco si fa riferimento al parziale o totale cedimento dell’integrità strutturale del disco intervertebrale, che uscendo dai suoi confini anatomici induce la compressione di una struttura nervosa. Solo il 2% delle ernie sono sintomatiche: la maggior parte delle volte la compressione delle strutture nervose è dovuta all’edema (gonfiore locale causato da infiammazione) o dalla compressione cuniculare (restringimento del foro o passaggio del nervo es. foro di coniugazione).

Il disco intervetebrale è un “cuscinetto” tra le vertebre, una struttura visco-elastica costituita da una parte esterna dura e da una parte interna gelatinosa. Ci sono ventitré dischi, che assolvono a queste tre fondamentali funzioni:
1 spessore che mantiene l’altezza verticale;
2 ammortizzatore che gestisce le tensioni e pressioni di carico biomeccanico;
3 distributore dei carichi durante il movimento.

Le condizioni del disco intervetebrale dipendono molto dallo stile di vita, ovvero dallo stress a cui lo si sottopone: assumere posizioni sbagliate al lavoro o anche a riposo, nel corso degli anni, può causarne una degenerazione. La postura “scorretta” accelera i processi degenerativi naturali provocando una diminuzione dello spessore verticale, un aumento della fibrosità e il fallimento delle funzioni ammortizzanti del disco. Lo stesso meccanismo  di degenerazione può essere innescato da traumi, ma anche da un sistema muscolare debole o in disequilibrio.

È importante distinguere tra ernie e protrusioni, termini che vengono spesso usati in modo paritario e che, invece, è fondamentale distinguere per una prognosi accurata. L’erniazione, a vari gradi, è quanto anzi descritto, mentre la protrusione è un accenno, una deformazione permanente del gel all’interno del disco senza rottura dell’anello fibroso che lo contiene. Se vogliamo, questo aumento della pressione sul disco è l’anticamera dell’ernia, ma sicuramente meno compromettente dal punto di vista clinico.

In presenza di fattori causali come quelli descritti precedentemente, il disco e l’organismo cercheranno di adottare una serie di compensi che diventeranno essi stessi causa di un peggioramento della condizione clinica fino alla fuoriuscita del nucleo polposo del disco, condizione difficile da trattare senza intervento chirurgico. L’osteopatia è senz’altro un’ottima scelta per tentare di risolvere il problema in maniera conservativa senza soffermarsi solo sul sintomo ma mirando alla ricerca e alla correzione della causa. Le ernie discali non rientrano spontaneamente e non esiste alcuna tecnica che le faccia rientrare.

Quando l’individuo ha un miglioramento, se non una regressione della sintomatologia dopo il trattamento, è perché dopo le manipolazioni (decompressione della colonna) c’è stato un riassorbimento dell’edema infiammatorio, una ridistribuzione corretta dei carichi biomeccanici posturali o una “liberazione” delle strutture anatomiche attraverso le quali il nervo (sciatico) passa.

Al di là dell’osteopatia, che è sicuramente importante per “sbloccare” la situazione, l’approccio conservativo più potente che io conosca è la prevenzione, ossia limitare il più possibile i fattori di rischio (vita sedentaria, carichi eccessivi, posture scorrette) e praticare una buona ginnastica posturale per compensare le “storture” che la vita quotidiana ci impone.

Articolo a cura del Dottor Alessandro Cialdella


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