Samuele Bersani e il suo concerto genuino e ironico

L'intervista al cantante romagnolo scoperto da Lucio Dalla

Laura Bienna Letztalk!
Bari - martedì 07 agosto 2012
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Samuele Bersani, 40 anni di cui la metà passati sulla scena, occhialone nerd e look metropolitan, ha concesso ieri, in quel di Terlizzi, uno spettacolo genuino, generoso, spontaneo, ironico. Sulla scenografia di un palco arredato in stile minimal, in un salottino total black&white Samuele ha tenuto banco con i suoi classici da Spaccacuore a Le mie Parole, da Replay a Senza titoli.

Uno show “istruttivo” in cui l’artista, che può a pieno titolo essere considerato tra le realtà più interessanti del panorama italiano, ci ha insegnato a “capitalizzare il dolore”, un insegnamento mutuato, a sua volta, da uno a caso, il Lucio Dalla che lo scopriva nel 1991 facendolo esibire in apertura di un suo concerto.

Ci ha spiegato la genesi di Canzone, scritta, appunto, per e con il collega bolognese in un momento particolarmente difficile della sua vita e ci ha commossi quando, parlandoci dell’amico, ha ammesso “E’ la prima volta che mi esibisco senza di lui, si sente la mancanza di un genio della musica italiana”.

Ha accontentato i malinconici quando, nel momento più intimistico della performance, solo piano e voce ha intonato Il Pescatore di Asterischi, e ha soddisfatto i più esigenti con perle come Ferragosto, un brano attuale più che mai, anche se scritto nel 2009, che racconta la (triste) verità di molti italiani che non possono più permettersi una vacanza ( “Puoi partire io sto qua.. rimango al largo nell’acquario della mia fantasia” ).

Ma ci ha anche brutalmente riportato con i piedi per terra quando ha parlato con toni schietti e sinceri del suo rapporto con la televisione: “la tv non può essere un punto di arrivo , la cosa più bella di questo mestiere è inventare sempre qualcosa di nuovo e non essere riconosciuti per strada”. Un tema questo a lui caro al centro di alcune sue canzoni come Cattiva o Il Mostro, in cui si fa beffe del cinismo dei cronisti d’assalto, troppo interessati allo share e troppo poco al lato umano delle vicende che vanno a narrare.

Ci ha regalato il brano che gli è valso il premio della critica all’ultimo Sanremo, Un Pallone, metafora di una Italia derubata e sgonfia, togliendo ogni dubbio sul fatto che non è più il cantante di Che Vita quando, sempre a proposito di palloni, ci riportava languidamente a “quando fuori si giocava fra le 127”.

Ci ha, infine, affascinati con un bis che può definirsi un poker d’assi: Coccodrilli, Chicco e Spillo, Giudizi Universali e Freak, cantate all’unisono con un pubblico che aveva ormai rotto le righe, abbandonando le postazioni iniziali e raccogliendosi tutto lì sotto il palco.

Il bravo, acuto e mai banale artista ci ha anche concesso un’intervista prima del concerto che riportiamo.

Sicuramente non la prima volta in Puglia, ma forse è la tua prima volta a Terlizzi…

Credo di aver fatto più concerti in Puglia che in tutto il resto d’Italia, c’è stato un periodo, circa un anno e mezzo fa, in cui ho collaborato con Orchestra Pugliese e ho girato tantissimi teatri pugliesi. A Terlizzi, invece, sì, è la prima volta, un posto bellissimo, per quel che ho potuto vedere, mi ha piacevolmente stupito.

Infatti si può dire che, per quanto tu sia un uomo di spettacolo, non sei un gran esibizionista: è più facile incontrarti in  Piazza Cavour a Terlizzi che vederti in televisione

Sì è vero, è un po’ la mia natura. Non che io non abbia dei lati esibizionisti però la televisione non è mai stato il mio punto di arrivo..Io penso che per brillare devi stare nell’ombra. Non è come capita adesso a questi ragazzi della nuova generazione che prima arrivano in televisione e semmai dopo devono dimostrare quello che sanno fare. Le canzoni si ascoltano non si guardano, in televisione ci vado sì, ma solo quando ho il tempo di potermi esprimere, di poter raccontare quello che sono.

Per esempio con Sanremo?

Sì ecco, Sanremo è tanta televisione ma lo rifarei.

E’ lì che hai presentato “Un pallone”, brano che ti è valso il premio della critica e che è uno degli inediti dell’album Psyco.. che lavoro è?

Sì è la mia seconda raccolta con soltanto due inediti, di cui uno dà il titolo all’album, l’altro è quello che ho portato a Sanremo. La prima è stata Che Vita, poi sono passati altri dieci anni e mi sono deciso a farne una più aggiornata, dato che sono usciti nel frattempo altri quattro dischi. In pratica è la seconda volta che mi fermo a guardarmi indietro.

Qual è la situazione musicale italiana oggi? Qual è il tuo parere dall’interno

Non so.. a Terlizzi ci sono i negozi di dischi? Eppure tutti sognano ancora di fare i cantanti.

O i calciatori..

Esatto. Ogni generazione la vive a modo suo, ci sono tanti ragazzi pieni di talento e tanti che credono che fare il cantante o i calciatore sia solo andare in tv e fare tanti soldi. Il punto è che per uno che ha talento che riesce a sfondare ce ne sono veramente troppi che hanno solo l’illusione di esserci riusciti e ritornano nel dimenticatoio nel giro di pochi mesi.

Il bello di questo mestiere?

Non mi piacciono le persone che cantano solo le canzoni degli altri, a me piacciono quelli che “se la rischiano”, inventando delle nuove storie o facendoti capire che hanno qualcosa da trasmettere, al di là della grande vocalità che possono avere. Con questo mestiere puoi farlo.

Tu, per esempio, da dove trai ispirazione?

Dalla realtà, dalla mia vita personale..

Quindi il tuo ultimo viaggio in Islanda c’è nei due inediti del nuovo album?

Eccome, soprattutto in Psyco che è un pezzo che musicalmente è pieni di riferimenti musicali che ho ascoltato là. Poi in realtà dopo il viaggio in Islanda ho scritto diverse canzoni ma l’unica che ho pubblicato è Psico.

Le altre usciranno?

Sì, nel disco nuovo del 2013, quindi le sentirete, poi.

Una promessa che attendiamo di vedere mantenuta.

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