di Pedro Miguel*
Durante le lezioni di Sociologia delle Relazioni Etniche, mi soffermo abbastanza sull’analisi dei termini con cui i neri africani designavano i bianchi europei che vedevano per la prima volta nel loro continente. Termini analizzati nelle diverse lingue africane. Ciò che colpisce, e faccio notare agli studenti, è che nessuno di questi termini usati dalle popolazioni nere africane, che vedevano per la prima volta i bianchi europei, designava mai l’europeo in quanto essere di pelle bianca. Particolare questo che avrebbe dovuto costituire, da parte di quelle popolazioni locali e sotto un certo punto di vista, il primo tratto di opposizione etnico-culturale (bianco-nero) e politico-sociale (invasori-invasi). Esisteva nelle lingue africane un modo preciso di opporre il bianco al nero in termini di colore della pelle. Ma questo modo non è stato mai praticato dai neri. Siamo nel XV secolo.
Per gli Europei che hanno portato la civiltà e l’evangelizzazione a quei neri, invece, il primo tratto di opposizione per designare i popoli trovati è: negro, nero. Che continuò poi in negro, nero, sporco-negro, indigeno, immigrato, extracomunitario (ma l’americano o lo svizzero che pure lo sono così non vengono chiamati). Siamo nel XXI secolo.
È successo a Milano l’episodio dell’uccisione di Abdul G., 19 anni, del Burkina Faso, con cittadinanza italiana. Ucciso a sprangate per una presunta appropriazione indebita, ai danni di un commerciante: non avrebbe rubato un appezzamento di terra, un fiume, una piantagione di cacao o di caffè, ma una confezione di biscotti.
Il tragico è che sarebbe stato ucciso (come tanti venivano e vengono ancora oggi uccisi dagli europei) anche se si trovasse nel suo Burkina Faso a difendere i suoi beni contro l’usurpazione bianca.
Il “detonante”, mentre si uccide o si fa cosa simile, è sempre quello: “sporco-negro”. Eppure, di fronte a queste espressioni, chiaramente allusive, illustri avvocati, esimi politici, eccellenti luminari mettono in moto la loro scienza per dire che non si tratta d i razzismo. Meno male che c’è una sentenza di Cassazione che, diciamo, intima di andarci piano con i sofismi. Mi riferisco alla sentenza di Cassazione del maggio del 2005 che sancisce come lesivo e razzista l’appellativo ‘marocchino’ quando ci si rivolge così a un africano del quale si conosca il nome.
Alla domanda se l’Italia è razzista, risponderei: no, l’Italia non è razzista. Ma alcune delle sue leggi, sì; parte consistente di italiani, sì, è razzista; un’altra parte consistente di italiani lo è senza saperlo: ed è proprio quest’ultima che si precipita a dichiarare di non essere razzista: excusatio non petita…! Fra le vittime di questo razzismo, figurano al primo gradino coloro che sono di pelle nera.
E noi neri spesso ce lo meritiamo, perché a volte basta stare vicino a qualche bianco, per disprezzare i nostri simili dello stesso colore. Certe ospiti nere della Licia Colò alle falde di Kilimanjaro, certi funzionari delle nostre ambasciate africane, sono due dei tanti esempi.
*Docente di Sociologia delle Relazioni Etniche presso l'Università di Bari
L'italia non è razzista, alcune sue leggi lo sono. E gli italiani, spesso lo sono anche se non sanno di esserlo
Il bambino con lo zainettoEstate 199.... Savelletri, provincia di Brindisi. Un mulatto di 13 anni, scuro di sole e di salute, esce correndo dalla macchina della madre, bianca di pelle e di cultura. Corre verso la tettoia di una pescheria, dove si sta dirigendo sua madre a fare un po' di spesa.
Di colpo qualcuno grida al ladro, afferra una scopa e inizia ad inseguire il bambino che terrorizzato corre gridando verso sua madre. L'inseguitore che lo minaccia con la scopa si ferma attonito vedendo il negretto fra le braccia di una bianca e inveisce dicendo che forse quel "Gnuro" ha preso qualcosa dal retrobottega e l'ha nascosto nello zaino.
Sua madre diventa una belva ferita, afferra lo zainetto del figlio mulatto e lo getta in faccia all'energumeno urlando qualcosa tipo "come si permette di sospettare di mio figlio". L'energumeno, ad ogni buon conto fruga lo zainetto e vi trova solo la roba da mare del ragazzino.
Farfuglia qualcosa del genere "qui vengono sempre a dar fastidio, gli gnuri" ma la madre smette di inveire e di coprirlo di insulti solo quando è sicura che il tizio abbia capito che suo figlio non è un ladro solo perchè ha la pelle scura ed aveva scelto un po' d'ombra sotto una tettoia laterale.
Che il dio degli innocenti protegga sempre chiunque ricada sotto l'impietosa imbecillità dei razzisti. (fd)