Attualità

Canone tv per negozi ed imprese: la rete batte la rai, ma e’ solo il primo round

La tassa, già invisa, crea ulteriori malcontenti popolari

23/02/2012
di Luca De Netto
Canone RAI

Canone RAI
Foto: © archivio

Quando si afferma che internet può essere uno strumento di straordinaria democrazia se utilizzato con consapevolezza, coscienza e qualità, non si dà voce ad un luogo comune: la rete, infatti, può diventare un mezzo per far giungere ovunque e con relativa forza la voce dei cittadini.

Ed è stato proprio così per  il caso di quella nota della RAI che nei giorni scorsi aveva messo in allarme imprese e professionisti di tutta Italia, scatenando una vera e propria bagarre mediatica. L’azienda di Viale Mazzini, infatti, aveva chiesto a centinaia di migliaia di imprese il pagamento del canone radiotelevisivo per  «chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dall’ambito famigliare, compresi i pc collegati in rete», ma anche le semplici radioline, gli I-Pad, i telefoni con collegamento web e molti altri tipi di apparecchi, e ciò «indipendentemente dall’uso al quale vengano adibiti come per esempio la visione di filmati, dvd, filmati di aggiornamento ecc...».

Apriti cielo! Immaginate una qualsiasi piccola azienda o uno studio professionale che, dati i tempi di magra, con estrema difficoltà riesce a tirare avanti, e che di colpo si vedrebbe costretto a pagare una nuova ed inaspettata tassa, che avrebbe davvero dell’irrazionale.
Come se un avvocato, un commercialista, un artigiano, un operaio, si mettessero lì a guardare gli intelligentissimi programmi della RAI anziché svolgere il proprio lavoro, che già scarseggia di suo.
Ed ecco che la protesta è subito montata nella rete: in particolare, su Twitter l'hashtag #raimerda# è quello che  ha conquistato la vetta della classifica dei Trending Topics (TT), gli argomenti di tendenza.
“Come aiutare le Pmi italiane aggiungendo tasse senza senso..."; "Come può un Regio decreto del 1938 influenzare il mondo massmediale del ventunesimo secolo?"; "Se arriva in azienda la richiesta di pagamento del canone Rai, mi faccio prendere per pazzo. Questa è mafia"; "Già non guardo #raimerda in tv, secondo voi mi metto a guardarla sul computer?". Sono solo alcuni dei tantissimi tweet che hanno affollato la Rete in maniera così dilagante, da costringere la RAI ad una presa di posizione chiarificatrice.
In particolare, è stata una nota ufficiale da parte dell’Azienda televisiva a sancire quella che a prima vista dovrebbe essere una marcia indietro: la Rai infatti,  a seguito di un confronto avvenuto con il Ministero dello Sviluppo Economico, ha precisato “che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone.”
“La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai – si legge nel comunicato ufficiale - si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali  imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più' televisori. Cio' quindi limita il campo di applicazione del tributo ad una utilizzazione molto specifica del computer rispetto a quanto previsto in altri Paesi europei per i loro broadcaster (BBC…) che nella richiesta del canone hanno inserito tra gli apparecchi atti o adattabili alla ricezione radiotelevisiva, oltre alla televisione, il possesso dei computer collegati alla Rete, i tablet e gli smartphone.”
In realtà, il comunicato della RAI non sembra essere poi così chiaro: è vero che da un lato si ribadisce che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore, ma dall’altro si afferma che il canone speciale deve essere comunque corrisposto da negozi, aziende o società che usano il PC come televisore, oltre a quelli che hanno uno o più televisori.
Insomma, non si capisce bene chi è escluso e chi no dal balzello: esso colpisce infatti i PC che possono essere usati come televisori? Ma qualunque computer, com’è noto, può esserlo, poiché i canali Rai sono visibili in streaming gratuita sul sito della Rai. Non solo! Basta collegare una semplice chiavetta DVB-T per vedere tutti i canali del digitale terrestre…  Del resto, la stessa Rai conferma l’ambiguità della norma quando aggiunge che il proprio “chiarimento” è soltanto provvisorio,  « in attesa di una più puntuale definizione del quadro normativo-regolatorio».
La legge in effetti risale al 1938, ed imporla senza canoni interpretativi carichi di equità allo scenario odierno, così ipertecnologico, sembra una vera e propria «assurda forzatura giuridica e un’iniziativa fuori dal tempo», come ha affermato Stefano Parisi, presidente di Confindustria digitale.
Che fare dunque? La soluzione potrebbe essere ancora una volta affidata alla rete, a Twitter, a Facebook, allo sdegno popolare. D’altronde, il canone RAI di per sé è sempre più inviso alle famiglie italiane, anche perché sono lontani i tempi in cui la TV pubblica forniva servizi di qualità ed approfondimenti culturali degni di questo nome. Far pagare il canone, anche se speciale, ad aziende, professionisti ed esercizi commerciali, sarebbe davvero profondamente illogico ed ingiusto, facendo aumentare sempre più il malcontento popolare nei confronti di una tassa oramai fuori dalla storia.

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