A Muratcentoventidue "Looking Out Looking In"

Bari
dal 14 aprile 2018 al 30 maggio 2018 alle ore 17:30

L'arte esplora il concetto di finestra. Espongono: Giulia Caira, Lydia Dambassina, Georgie Friedman, Kristina Kvalvik-Simon Möller, Margarida Paiva, Helena Wittmann. Dal 14 aprile al 30 maggio

Indirizzo via G. Murat 122/b

A Muratcentoventidue "Looking Out  Looking In"
Helena Wittmann © Helena Wittmann

La galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea prosegue il suo percorso espositivo con una mostra collettiva, Looking Out Looking In, dal 14 aprile al 30 maggio. Vernissage sabato alle 19.

Espongono: Giulia Caira, Lydia Dambassina, Georgie Friedman, Kristina Kvalvik-Simon Möller, Margarida Paiva, Helena Wittmann.

L'esposizione
La finestra è l’anima di un edificio, un elemento architettonico che affascina per la sua ambiguità, ciò che permette lo sguardo dall’interno verso l’esterno, così come dall’esterno verso l’interno: separa e unisce, permette di vedere e di essere visti oppure di celare e di celarsi, di apparire o di nascondersi.

Possiamo senz’altro dire che nel nostro immaginario comune le finestre come le porte si trovano su una linea di confine, che separa un “dentro”, l’ambito del privato, del familiare, del conosciuto ,da un “fuori”, l’ambito del pubblico, dell’ignoto.

In questa mostra sono proposte alcune opere in cui le finestre costituiscono elementi rappresentativi o simbolici di rilievo.

Gli artisti
Giulia Caira
è nata a Cosenza ma si è formata a Torino, dove si è trasferita nel ‘78. Il suo esordio nel ’94 è caratterizzato da una ricerca fotografica sul corpo, relativa a un contesto domestico immaginario, claustrofobico e ostile, in contrasto con i modelli imposti dai mass-media. L’artista si racconta in serie fotografiche con un linguaggio che si avvale di codici ora ironici, ora sarcastici, dove s’intuiscono distorsioni e tic derivanti dall’esperienza quotidiana. Dal 2004 abbandona la casa come luogo privilegiato per allargare il suo sguardo a temi connessi alla condizione psicologica nella relazione con se stessi e con gli altri.

Ne Le parole nascoste (2009), lavoro con il quale l’artista ha vinto il premio della tedesca Foundation Vaf nel 2012, ha affrontato la dicotomia tra l’essere e l’apparire messa in discussione a partire dal classico tavolo di lavoro di forma ovale, topos della mistificazione per eccellenza. L’artista ha lavorato su una dettagliata sceneggiatura ideata da lei stessa, nonché sull’accurata analisi, sul piano concettuale, di tipologie mentali e modelli comportamentali, frutto di un’acutissima capacità di osservare la realtà sociale e individuale. L’identità è dunque al centro della sua ricerca, la sua complessità e fragilità alla prova dell’io soggettivo e di quello collettivo.

Terapia familiare fa parte di una serie fotografica costituita da sette dittici realizzati all’interno di una stanza sistemico relazionale collocata in uno studio di psicoterapia; in essa la famiglia viene osservata in una realtà domestica simulata, attraverso uno specchio-finestra.

Lydia Dambassina lavora dal 1976 con diversi mezzi come pittura, fotografia, installazioni e proiezioni video. In uno dei suoi ultimi lavori, Party's over- Starts over, che riguarda il tema del debito greco, l’artista si concentra sulla crisi globale e le disuguaglianze che crescono impetuosamente.

Glassed Windows Cast a Terrible Reflection”, 1998-2013, è un video in cui vediamo scorrere una serie di settantadue fotografie a colori di finestre. Il titolo rimanda a un’opera di uno degli autori più importanti del cinema indipendente americano e uno dei massimi sperimentatori del cinema mondiale, Stan Brakhage. “Unglassed Windows Cast a Terrible Reflection “è un cortometraggio del 1953, realizzato all'inizio della sua lunga carriera. Nelle prime sequenze del film quattro ragazzi e due ragazze, che stanno facendo un viaggio in automobile, per via di un guasto lungo il tragitto, si fermano nei pressi di alcune case abbandonate.

Nel video della Dambassina entriamo attraverso questa serie di finestre in una realtà in cui ogni libertà è perduta e ci sono esseri umani, che avendo sepolto ogni traccia di rigenerazione, vi vivono intrappolati. Dall'infinitamente intimo all'infinitamente pubblico, le opere di Lydia Dambassina rivelano il cuore dell'umano nella sua disfunzione.

Georgie Friedman (Stati Uniti) è una giovane artista americana i cui progetti includono video installazioni su larga scala, video singoli e multi-canale e diverse serie fotografiche. Ha vissuto, lavorato ed esposto negli Stati Uniti, in musei e università. I suoi lavori si concentrano su un tema, i processi naturali e il rapporto uomo natura, e le reciproche influenze, che hanno una lunga tradizione nel documentarismo oltre che nel campo dell'arte. La natura messa in relazione con le caratteristiche e i limiti dell’uomo contemporaneo sono al centro della sua ricerca. Mettendo in scena potenti condizioni atmosferiche o la forza dell’oceano indaga sull’impatto psicologico e sociale di fenomeni naturali di lieve e di grave entità in relazione alla fragilità e inadeguatezza umana.

Utilizza la fotografia, il video, il suono, l'installazione, l'ingegneria e la fisica della luce, tutto per creare nuove esperienze per gli spettatori. Partendo dalla frustrazione personale di non essere in grado di dormire, Insomnus, il video in mostra, diventa una tranquilla meditazione sulla consapevolezza della luce che cambia e dei suoni che sono spesso troppo tenui perché l’uomo possa notarli.

Nei suoi lavori, Kristina Kvalvik affronta questioni relative a ciò che appare sconosciuto, inspiegabile, misterioso e pone l’accento sui limiti della nostra capacità di osservare la realtà e interpretarla, suggerendo che spesso ciò che vediamo, è ciò che ci aspettiamo di vedere, frutto della proiezione di desideri e di paure.

I suoi video contrariamente alla chiusura prospettica dei film d’intrattenimento, presentano una struttura narrativa aperta all’interpretazione dello spettatore e i suoi personaggi prendono forma dalla prospettiva di chi osserva piuttosto che da quella di chi è osservato. Inoltre tutti gli elementi classici su cui si basano i film di genere sono decostruiti e riutilizzati creando un effetto allo stesso tempo familiare e disorientante. La video installazione in mostra nasce dalla collaborazione con Simon Möller, un artista svedese che vive e lavora a Malmö dal 1997 e opera con video, installazioni e sculture.

“House" presenta una facciata costruita digitalmente, tipica dell'architettura suburbana svedese degli anni '50, chiamata "Folkhemmet". Nel corso del video si deteriora lentamente, ma gli abitanti dell'edificio ne sono ignari e continuano le loro attività quotidiane. "House" tenta di creare la sensazione di sentirsi al di fuori, incapaci di cambiare o influenzare qualcosa che muta lentamente.

Margarida Paiva è una giovane e apprezzata videoartista portoghese, che vive e lavora a Oslo, il cui curriculum vanta numerose partecipazioni a mostre e festival internazionali.

Le sue opere video sono costituite da storie astratte in un approccio narrativo non sequenziale, ma fatto di frammenti d’immagini e parole, i personaggi sono soprattutto donne e i temi presentano spesso un elemento di ansia e solitudine. Il trauma della perdita, l’isolamento e la memoria sono motivi ricorrenti in questi film. L’artista esplora gli stati più riposti della mente facendo scorrere in un unico piano temporale pensieri, emozioni, ricordi.

In Untitled Stories, il video che propone in questa mostra, una voce femminile racconta le sue paure e i suoi ricordi. Mentre parla con un amico immaginario, fluiscono le immagini mentali di interni enigmatici di edifici, di strade e paesaggi. I personaggi rimangono sconosciuti, visti solo a squarci o ascoltati attraverso suoni frammentati. In una sorta di stream-of-consciousness in cui diversi livelli temporali sono collegati dalla voce di questo personaggio femminile, il video esplora i disagi mentali ed emotivi riflettendo su questioni come la difficoltà di esprimere i propri sentimenti.

Helena Wittmann vive a Amburgo e lavora con diversi media, soprattutto film e video. Docente nell’Accademia di Belle Arti della città di origine, il suo lavoro è stato esposto a livello internazionale in mostre e film festival. Il suo primo cortometraggio, Drift, ha fatto parte della serie di film selezionati all’ultima edizione della Settimana internazionale della Critica a Venezia.

Nella sua pratica artistica gli interni domestici, per lo più stanze semplicemente arredate, costituiscono molto più che le sedi nude di una trama. I suoi video richiedono una pianificazione dettagliata e preliminare perché l’artista è interessata in particolar modo a quello che penetra dall'esterno all’interno di uno spazio definito: la luce, il rumore, la gente.

Nel suo video, intitolato 21.3°C, vediamo l'immagine di una stanza, il suo aspetto cambia col mutare della luce. Una finestra di fronte, vista attraverso la finestra. Mutano le composizioni floreali su un tavolino. Suoni entrano nella stanza dall'esterno. La musica di un pianoforte ci raggiunge dal piano di sotto o dalla porta accanto? In 21.3 °C Helena Wittmann riduce gli elementi filmici all'essenziale: luce, ombra, suono, direzione. Fuori da questo minimo, emergono storie che indugiano, atmosfere che risuonano. A poco a poco lo spettatore viene ricacciato su se stesso: attraverso la finestra di fronte qualcuno sembra guardare verso l’interno della stanza. Solo la temperatura rimane la stessa, 21.3°C.

Informazioni
La galleria Muratcentoventidue-Artecontemporanea è in via G. Murat 122/b, a Bari.

La mostra sarà inaugurata sabato 14 aprile alle 19 e sarà visitabile dal 14 aprile al 30 maggio.

Orario di apertura: lunedì, martedì e mercoledì solo su appuntamento. Dal giovedì al sabato, dalle 17.30 alle 20.30.

Informazioni ai numeri 334 8714094 e 392 5985840, alla mail info@muratcentoventidue.com, sul sito web www.muratcentoventidue.com, e sulla pagina Facebook http://www.facebook.com/MuratcentoventidueArtecontemporanea