di Massimo Potì
Continuano a far parlare di sé i Dott. Porka’s P-Proj, il “collettivo antiartistico” barese attivo dal 2005: dopo la mostra di Reggio Emilia e la performance al Rock Cycle Store, il nuovo spazio dedicato all’arte indipendente nel cuore del quartiere San Lorenzo a Roma, i Dott. Porka’s si presentano alla Triennale di Milano in occasione della presentazione del libro “Future Images”, nel quale compaiono con le loro opere dissacranti e iconoclaste.
I Dott. Porka’s si presentano alla Triennale di Milano in tuta bianca protettiva, occhiali da sole e cappellino da baseball. Entrano in sala, si siedono in prima fila e ascoltano in silenzio. Non una parola, non un sospiro, nulla: ascoltano attenti e diligenti, proprio come faceva il pubblico prima che entrassero e occupassero i due posti in prima fila. Ora non è più così: la gente reagisce, bisbiglia, alcuni fanno finta di nulla, altri ridono, altri hanno paura, forse. Una guardia si avvicina, chiede chiarimenti, loro rispondono che sono artisti invitati dall’organizzazione per seguire i lavori, la guardia torna al suo posto. Ecco di che stoffa sono fatti i Dott. Porka’s, capaci di gettare scompiglio con la loro sola presenza anche nel mondo blasé dell’arte contemporanea milanese.
Nati nel 2002 tra le pagine di una fanzine autoprodotta e autodistribuita chiamata appunto “Dott. Porka”, la prima notorietà arriva con “L’Ultimo Giorno dell’Ekomostr0”, la street-photo performance che riesce a mostrare per la prima volta nella sua interezza tutto l’orrore di Punta Perotti e prosegue con numerose collettive a Torino, Milano, Roma, con il premio ricevuto dal newsmagazine online DieZeitGeist, e con la partecipazione alla XIII Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo. Il loro modo di lavorare, a metà tra performance, opera fotografica, fumetto e street art, è un puzzle inestricabile per il mondo dell’arte, che infatti li ignora. Eppure continuano a incuriosire, a far parlare di sé, e soprattutto a fare quello che tanta arte ufficiale fa sempre più raramente: scatenare domande senza dare risposte.
“Molti pensano che il nostro obiettivo sia stupire per il gusto di farlo, ma non è così. La gente si mette in allarme ogni volta che ci vede arrivare perché vede in noi delle figure non riconducibili a uno schema mentale conosciuto e va in allarme. Ma non è questa la ragione del nostro travestimento.”
E allora qual è la ragione?
“Paradossalmente ci travestiamo proprio perché non vogliamo essere gli unici protagonisti dei nostri interventi, non vogliamo relegare il pubblico al ruolo passivo che ormai è abituato a considerare come l’unico possibile e legittimo. Noi ci travestiamo per diventare anonimi, tutti uguali, per non essere riconoscibili, per non cadere nella trappola dell’artista narcisista, che mette in scena innanzitutto se stesso. Travestendoci è come se dicessimo che chiunque può fare arte, chiunque può scatenare domande, che non esistono artisti con la A maiuscola perché tutti possono essere artisti. Ed è proprio tutta questa libertà che inquieta, il trovarsi in una situazione in cui i ruoli non sono più definiti. Le tute dicono: ecco, ti libero dal ruolo di spettatore, sei libero. Il problema è che la gente non è abituata ad avere tutto questo potere. E reagisce con timore.”
E il mondo dell’arte come reagisce?
“Non sono mancati i segni di stima di tante persone, come Bruce Sterling, saggista e fondatore del movimento cyberpunk, che ci ha definito “la cosa più vicina alle mie previsioni su come gli artisti italiani avrebbero usato gli scheletri architettonici” e soprattutto Mario Cresci, uno dei più accreditati fotografi italiani, che ha da subito apprezzato e sostenuto il nostro lavoro e che ci ha voluti in “Future Images”, il libro antologico edito da Motta Editori. Anche se” aggiungono “la maggior parte degli operatori del mondo dell’arte non ha reagito affatto, ci ignora. Anzi a volte abbiamo quasi avuto l’impressione che avessero paura di noi perché è un po’ come se smascherassimo anche loro quando diciamo che chiunque può fare arte. Tutto quell’apparato di cui si nutre il sistema dell’arte contemporanea, fatto di residenze all’estero, fondazioni, gallerie e vernissage, di colpo diventa inutile. I galleristi che hanno visto il nostro lavoro hanno saputo solo chiederci di renderla più appetibile, cioè più vendibile. Tutto questo per noi è inaccettabile: Anche a noi fa piacere vendere, ma quando progettiamo un intervento lo facciamo senza finalizzarlo a una vendita finale. Sai, dipende da cosa si intende per riconoscimento: ricevere denaro da chi ci chiede in cambio di ammorbidire il nostro lavoro, non ci interessa; guadagnarci il rispetto di una persona seria, si.”
E così i Dott. Porka’s continuano ad andare dritto per la loro strada, incuranti degli sguardi di sufficienza del mondo dell’arte ufficiale, e continuano a guadagnarsi la stima e il rispetto di chi ha la fortuna di vedere le loro opere. Come accadrà a Torino dove inaugurerà in primavera la loro prima retrospettiva integrale. Per l’occasione sarà presentata al pubblico Capitani Coraggiosi, il trittico fotografico dedicato alle tragedie dell’immigrazione: tre scatti fotografici realizzati nel porto di Bari, nell’area proibita in cui giacciono, sequestrate alla vista e al giudizio dei cittadini, le barche della speranza su cui arrivano in Italia gli immigrati e la loro speranza in un futuro migliore. Negli scatti, unici soggetti accanto ai rottami galleggianti, un ragazzino al timone e una donna incinta, entrambi con lo sguardo all’orizzonte. Un concentrato potentissimo e struggente di tutte le speranze, la rabbia e le contraddizioni di questi anni.