Cronaca
06 marzo 2009
Lutto cittadino e funerali in San Nicola

Il dolce addio a Vito Maurogiovanni

Amici, colleghi, estimatori, baresi in visita alla camera ardente nell'Aula Consiliare del Comune

di Fortunata Dell'Orzo

Saranno le sacre e amate mura di San Nicola ad accogliere la messa funebre per Vito Maurogiovanni, alle 15. San Nicola e il Petruzzelli, lo ha ricordato anche il Sindaco, erano le due "fissazioni" di Vito che fino agli ultimi giorni, impossibilitato ormai a parlare dal cancro alla lingua che gli impediva crudelmente anche di mangiare, scriveva i suoi appunti preziosi su un quadernetto, mentre suo nipote Giuseppe lo aiutava, con un blog, a tenersi in contatto con il mondo che lo amava e lo leggeva sempre.

L'altra sera,  lui se n'è andato con un libeccio a oltre 50 nodi. Una burrasca che lo ha portato via per sempre. Deve essere comunque riuscito ad arrestare i suoi destrieri d'aria per osservare la sua città e quel Petruzzelli chiuso come il cervello di un leghista e illuminato a giorno come un'irrisione dolorosa.

Intanto che i suoi lo piangevano e apprestavano al commiato, indecisi come sempre accade fra quelle spoglie ammutolite e lo spirito fiammeggiante che sembrava scomparso, lui abbracciava Bari con uno sguardo divenuto ormai largo quanto l'universo intero. La sua Bari, che solo i geni amorevoli come lui riescono a trasformare in una città da vivere e considerare, da spiegare ai meno dotati, da salvare dalle carogne profittatrici.

Vito sapeva d'essere ben oltre il dialetto d'accatto, quello che fasc rit, quello che puzza di vino di poco prezzo e di dissoluzione sociale. La sua era una ricerca che si ancorava a valori antichi e sempre verdi, usando la cifra della lingua avita per non soccombere alle banalità iconiche e velocissime e vuote dell'oggi.

Non c'era nostalgia, ma riproposizione devota e quel Cafè Antiche, da cui sembrava aver assorbito nascendo la moltitudine di voci passanti che poi avrebbe narrato, era un locus della memoria urbana, non solo di un personalissimo e lontano ricordo intimo e irripetibile.

E a un certo punto i destrieri d'aria hanno scartato e lo spirito libero e gentile di Vito si è dato rabbrividendo a quell'estasi infinita. Il mistero del suo dove e del suo quando ce lo ha per sempre sottratto. Ma abbiamo avuto comunque la voce del vento, tutta la notte, a ricordarci che mai Bari potrà dimenticarsi di lui. E stamattina, quando il al libeccio si è sostituito un più mite maestrale, la luce intemerata del mare ha brillato anche nelle nostre lacrime.

2 commenti per questo articolo
postato da wadirum
06 marzo 2009 @ 17.03
Spero che Bari non dimentichi anche lui, come ha fatto per altri suoi grandi concittadini. Purtroppo i baresi hanno poca memoria (storica...).
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postato da pierlar
06 marzo 2009 @ 00.03
ciao Vito Maurogiovanni sei stato un bravo scrittore e giornalista adio vito.
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Una mesta ma serena processione dei tanti che lo ebbero caro, anche senza conoscerlo di persona.
La tremenda attualità di Aminueamare

In questa pièce il Petruzzelli è un sogno sognato da due poveracci che mai c'erano potuti entrare.  Un sogno fatto di musica orecchiata e imparata a memoria come una giaculatoria incomprensibile eppure in grado, comunque, di trasmettere vita e senso alla vita.

E'  il luogo magico e saturnale in cui i ricchi diventano straccioni e i poveri diventano signori: "ma quel mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà..." Turandot sta per cedere all'amore e Calaf espande a pieni polmoni una vittoria ottenuta senza spargere neanche una goccia di sangue che non sia quello della piccola Liù, suicida per non tradire il suo amore principesco e impossibile.

I due poveracci sono insieme a Calaf, e cantano  quel Vincerò così banalizzato dagli exploit pavarottiani da divenatre cosa a sè e non esaltante conclusione dell'opera di Puccini, fermato anche lui dal fiore in bocca del cancro.

Siamo tutti fuori dal Petruzzelli, come i due poveracci a guardare le baldracche principesche entrare impellicciate, accompagnate dai loro pallidi, calvi ed esangui cicisbei di burro, untuosi come il fondo di una padella usata e altrettanto maleodoranti. Siamo ancora fuori da quel teatro, dal nostro teatro. E Vito non è riuscito a rivederlo aperto. Ora glielo dobbiamo, a tutti i costi.

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