di Fortunata Dell'Orzo
Saranno le sacre e amate mura di San Nicola ad accogliere la messa funebre per Vito Maurogiovanni, alle 15. San Nicola e il Petruzzelli, lo ha ricordato anche il Sindaco, erano le due "fissazioni" di Vito che fino agli ultimi giorni, impossibilitato ormai a parlare dal cancro alla lingua che gli impediva crudelmente anche di mangiare, scriveva i suoi appunti preziosi su un quadernetto, mentre suo nipote Giuseppe lo aiutava, con un blog, a tenersi in contatto con il mondo che lo amava e lo leggeva sempre.
L'altra sera, lui se n'è andato con un libeccio a oltre 50 nodi. Una burrasca che lo ha portato via per sempre. Deve essere comunque riuscito ad arrestare i suoi destrieri d'aria per osservare la sua città e quel Petruzzelli chiuso come il cervello di un leghista e illuminato a giorno come un'irrisione dolorosa.
Intanto che i suoi lo piangevano e apprestavano al commiato, indecisi come sempre accade fra quelle spoglie ammutolite e lo spirito fiammeggiante che sembrava scomparso, lui abbracciava Bari con uno sguardo divenuto ormai largo quanto l'universo intero. La sua Bari, che solo i geni amorevoli come lui riescono a trasformare in una città da vivere e considerare, da spiegare ai meno dotati, da salvare dalle carogne profittatrici.
Vito sapeva d'essere ben oltre il dialetto d'accatto, quello che fasc rit, quello che puzza di vino di poco prezzo e di dissoluzione sociale. La sua era una ricerca che si ancorava a valori antichi e sempre verdi, usando la cifra della lingua avita per non soccombere alle banalità iconiche e velocissime e vuote dell'oggi.
Non c'era nostalgia, ma riproposizione devota e quel Cafè Antiche, da cui sembrava aver assorbito nascendo la moltitudine di voci passanti che poi avrebbe narrato, era un locus della memoria urbana, non solo di un personalissimo e lontano ricordo intimo e irripetibile.
E a un certo punto i destrieri d'aria hanno scartato e lo spirito libero e gentile di Vito si è dato rabbrividendo a quell'estasi infinita. Il mistero del suo dove e del suo quando ce lo ha per sempre sottratto. Ma abbiamo avuto comunque la voce del vento, tutta la notte, a ricordarci che mai Bari potrà dimenticarsi di lui. E stamattina, quando il al libeccio si è sostituito un più mite maestrale, la luce intemerata del mare ha brillato anche nelle nostre lacrime.
Una mesta ma serena processione dei tanti che lo ebbero caro, anche senza conoscerlo di persona.
La tremenda attualità di AminueamareIn questa pièce il Petruzzelli è un sogno sognato da due poveracci che mai c'erano potuti entrare. Un sogno fatto di musica orecchiata e imparata a memoria come una giaculatoria incomprensibile eppure in grado, comunque, di trasmettere vita e senso alla vita.
E' il luogo magico e saturnale in cui i ricchi diventano straccioni e i poveri diventano signori: "ma quel mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà..." Turandot sta per cedere all'amore e Calaf espande a pieni polmoni una vittoria ottenuta senza spargere neanche una goccia di sangue che non sia quello della piccola Liù, suicida per non tradire il suo amore principesco e impossibile.
I due poveracci sono insieme a Calaf, e cantano quel Vincerò così banalizzato dagli exploit pavarottiani da divenatre cosa a sè e non esaltante conclusione dell'opera di Puccini, fermato anche lui dal fiore in bocca del cancro.
Siamo tutti fuori dal Petruzzelli, come i due poveracci a guardare le baldracche principesche entrare impellicciate, accompagnate dai loro pallidi, calvi ed esangui cicisbei di burro, untuosi come il fondo di una padella usata e altrettanto maleodoranti. Siamo ancora fuori da quel teatro, dal nostro teatro. E Vito non è riuscito a rivederlo aperto. Ora glielo dobbiamo, a tutti i costi.