di Marco Marzi
Lunedì scorso a procura di Roma ha annunciato l'apertura di un fascicolo in seguito ad una inchiesta del Codacons, che ha rivelato come Alitalia sia costata agli Italiani 5 miliardi e 187 milioni di euro nel corso della sua gestione. Il Codacons ipotizza per questo sperpero i reati di malversazione ai danni dello Stato e truffa aggravata per il conseguimento di illecite erogazioni pubbliche. Questa indagine rappresenta la punta dell'iceberg di una gestione della compagnia di bandiera che ha visto il collasso una volta che è stata data in pasto ai privati. Stipendi di manager da favola pari a 190.000 euro al mese, come quello di Cimoli e buonuscite faraoniche, amministrazioni rovinose da parte di finanzieri che non erano competenti in materia di aerei, assunzioni di comodo, speculazioni come il mantenimento dell'aeroporto di Malpensa. Eppure, grazie all'azione congiunta di sindacati e Governo, questo quadro fosco non pare destinato a migliorare nel futuro.
L'azienda ha ventimila dipendenti e perdeva più di un milione di euro al giorno, le sue azioni ormai valgono meno della carta che occorre per stampare i titoli (221 milioni di euro persi nei primi sei mesi del 2006, 215 nei primi tre mesi del 2008, Il Sole 24 Ore, 14/05/08; sette anni fa le sue azioni valevano 6,332 euro, ieri 0,445, il 06/04/98 18,69). Berlusconi promette che “In Autunno riusciremo a mantenere una compagnia di bandiera che abbia i conti in attivo” (01/08/08) ma viene spontaneo chiedersi, come ha fatto Bersani, in Autunno di quale anno. Tuttavia il premier sprizza sicurezza da tutti i pori: “Per adesso abbiamo due cose sicure: abbiamo i capitali necessari per la nuova Alitalia. E abbiamo lo slogan: "Io amo l'Italia, io volo Alitalia"” (24/07/08). Il volgare nazionalismo da operetta stile “Gli spezzeremo le reni” prosegue con altre dichiarazioni quali “Un grande Paese non può non avere una compagnia di bandiera” (sempre il cavaliere, sul fido Tg4, il 02/08/08), ed è lo stesso che ha portato il leader del PdL ad affondare definitivamente la trattativa con Air France durante la campagna elettorale, poiché non si poteva "svendere al francese". Pure, in questa occasione non si può certo affermare che il nazionalismo sia fine a se stesso: ad esempio, perché tutta la politica del Governo va in direzione della riduzione degli statali fannulloni in sovrannumero, ma nessuno si è appuntato sull'evidente surplus di personale di Alitalia, fino a prima dello sfascio attuale?
Come per le Poste, la compagnia di volo è il ricettacolo di molte assunzioni di comodo che avrebbero avuto vita dura con una gestione estera. La stessa domanda, peraltro, la si può rivolgere ai sindacati, che negli ultimi quindici anni non hanno mai sostenuto una battaglia così virulenta (e ingiustificata) per la salvaguardia dei posti di lavoro come quella fatta per Alitalia. Forse il fatto che Pezzotta abbia legami con Toto, patron di Air One, può portare sulla pista giusta: la “svendita al francese”" avrebbe tagliato fuori l'imprenditore abruzzese che, detto per inciso, è ricoperto di debiti che potrebbe scaricare su Alitalia, qualora ne entrasse in possesso.
Già, i sindacati. Sarà interessante vedere la faccia dei tre segretari quando dovranno spiegare ai dipendenti di Alitalia che gli esuberi sono almeno 5.000 e non i 2.000 paventati dal piano di Air France; “Se si prevedono 4 mila esuberi non ci sediamo al tavolo” (Cisl e Uil, 30/06/08). Sì perché gli esuberi previsti da Spinetta erano proprio 2.000 (18/12/07), e non 7.000, come ha pietosamente tentato di far credere, mentendo, il Presidente del Consiglio (07/08/08). Del resto, non è un caso se i sindacati già di fronte alla cifra di 4.000 licenziamenti si fossero rifiutati di trattare.
Il nazionalismo, come si diceva, ha fini ben precisi: “L'obiettivo è che l'Italia possa avere una sua compagnia di bandiera che faccia profitti” afferma Berlusconi al Tg1 (07/08/08). Più chiaro di così... In questa ottica si comprendono meglio diversi interventi successivi alla proposta francese:
- l'invenzione della “cordata italiana già pronta” durante le elezioni, cordata materializzatasi nei soliti noti (Ligresti, Benetton, Aponte) solo a fine Luglio.
- il possibile ingresso, grazie ad un decreto dell'11 Giugno, di Banca Intesa nella cordata, nonostante la stessa Banca fosse stata nominata come Advisor, quindi con un ruolo neutrale e totalmente differente (con diverse polemiche, dal momento che non sei era mostrata propriamente imparziale nei confronti di Air One).
- il prestito ponte di 300 milioni di Euro, pagato dai cittadini e incamerato dalle casse della compagnia sull'orlo del fallimento. A proposito del prestito ponte è bene ricordare che Air France lo avrebbe restituito integralmente, al contrario di quello che avverrà ora, e che comunque rischia di costare alle tasche dei cittadini molto di più, dal momento che l'UE si è chiaramente espressa in merito: “L'Italia ha agito in modo illegittimo” (22/07/08). Tradotto significa che è in arrivo una multa, come quella che stiamo pagando perché Rete 4 non è andata sul satellite, liberando le sue frequenze.
L'operazione Berlusconi si concretizzerà in una riduzione della compagnia, 90 nuovi aerei e un miliardo di capitalizzazione immediata, ma in realtà di questo miliardo 300 milioni sono derivati dal prestito ponte. Air France offriva un miliardo subito, cinque entro il 2013, una sostituzione di velivoli meno spinta, in attesa della risistemazione dei conti e soprattutto una compagnia solida alle spalle. Insomma, esclusa Air France, tra la scelta di una cordata italiana, un socio industriale nazionale e un partner internazionale noi siamo riusciti a fare un poccio di tutte e tre le opzioni. Alitalia diventerà più piccola quando, a livello mondiale, tutte le compagnie aeree piccole sono sull'orlo del fallimento, o hanno già fallito a causa dell'aumento dei costi del carburante e della globalizzazione del mercato che favorisce solo i colossi. Per evitare questo destino, infatti, Alitalia potrebbe ricercare un appoggio con Lufthansa.
Ma non ci si preoccupi: dopo Alitalia hanno già annunciato la privatizzazione anche delle Poste, dell'Istituto Poligrafico, di Tirrena e di Fincantieri. Tutto in ossequio al profitto.